Blog della sezione di Massa Carrara del Partito Comunista dei Lavoratori

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lunedì 2 gennaio 2017

La morte di Fidel Castro

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

La morte di Fidel Castro

27 Novembre 2016
Castro

Fidel Castro è deceduto a Cuba all’età di novant'anni. Suo fratello Raul ha annunciato la scomparsa con un messaggio televisivo.
Nel 2006 Fidel Castro ha subito un intervento chirurgico di urgenza; i conseguenti esiti della patologia lo porteranno a lasciare prima temporaneamente, poi nel 2008 definitivamente la direzione del potere politico al fratello Raul Castro, nominato Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri. Fidel Castro ha comunque mantenuto un ruolo di indirizzo attraverso i suoi articoli sul Granma, il giornale del Partito Comunista Cubano, in cui interveniva sui principali eventi di politica interna e internazionale.

Per circa mezzo secolo Fidel Castro ha occupato la presidenza di Cuba, nel corso della quale ha suscitato una feroce ostilità da parte dell’imperialismo (oltre 600 attentati alla sua vita organizzati dalla CIA), ma anche ammirazione da gran parte delle sinistre mondiali e dei popoli oppressi per essere riuscito assieme a Che Guevara e Camilo Cienfuegos a rovesciare, grazie al sostegno delle masse contadine e allo sciopero generale all’Avana, la dittatura di Fulgencio Batista; per aver costruito il primo Stato operaio, seppur deformato, a poche miglia dagli Stati Uniti d’America e, inoltre, per aver guidato la resistenza contro il 'blocco' e i tentativi di rovesciare il regime uscito dalla rivoluzione del 1959.

Il 'Movimiento 26 de Julio' non aveva un programma socialista, ma di democrazia borgese progressista. Fidel Castro era infatti un democratico borghese, e fin dall’inizio ha lottato per mantenere la borghesia all’interno del governo, ma è stato costretto a rompere con la borghesia liberale e l’imperialismo. Il carattere socialista della rivoluzione, infatti, è stato proclamato nel 1961 in risposta alle provocazioni statunitensi, dopo la sconfitta da parte delle milizie popolari cubane del tentativo di invasione degli esuli cubani, armati dall’imperialismo, alla Baia dei Porci.
La rivoluzione aveva spezzato lo Stato borghese, l’esercito di Batista era stato liquidato, l’esercito ribelle formato da contadini poveri, braccianti agricoli e operai in armi ha spinto la rivoluzione ad andare avanti, a procedere nell’espropriazione della borghesia nazionale, della grande proprietà terriera e del capitale straniero che controllava l’Isola. Le stesse condizioni materiali, oltre che quelle politiche, mettevano in evidenza come le rivendicazioni democratiche, quali la riforma agraria e l’indipendenza nazionale, potevano essere assicurate solo approfondendo il processo rivoluzionario verso la rivoluzione socialista.

Ma la rivoluzione socialista sarà presto interrotta: Fidel Castro respinse la proposta di Che Guevara di realizzare un programma di industrializzazione e di estensione della rivoluzione fuori dall’Isola, e scelse di allearsi con la burocrazia stalinista dell’URSS facendo proprio quel modello e applicandolo a Cuba. Il giovane Stato operaio cubano, privato degli organismi di democrazia proletaria e chiuso all’interno del perimetro costiero, nasceva deformato.

Fidel Castro è stato il capo di un regime bonapartista. Il suo potere si ergeva su un apparato burocratico che aveva concentrato il potere in un partito unico e impedito l’emergere di organi di autogoverno - i soviet - degli operai e dei contadini. Le libertà civili e democratiche socialiste saranno progressivamente soffocate da parte di una burocrazia dirigente privilegiata e controrivoluzionaria.
Le tendenze rivoluzionarie - tra le quali i trotskisti cubani - che avevano partecipato al processo rivoluzionario, sono state duramente represse.

Nel corso dei successivi decenni, attraverso un percorso contraddittorio, Castro sosterrà, via via: la diffusione della strategia, burocratica e suicida, della guerriglia in America Latina, staccando e isolando dalle masse operaie migliaia di giovani e così favorendo il loro sterminio da parte dell’imperialismo e dei governi borghesi latinoamericani; la repressione nel sangue della Primavera di Praga del 1968; il governo di collaborazione di classe di Unità popolare, in Cile, all’inizio degli anni '70; la rivoluzione "a tappe" in Nicaragua ("il FSLN non deve creare una nuova Cuba") negli anni ’80; il regime di Jaruselzky in Polonia nel 1981 e di Erich Honecker nella Germania Est nel 1989.
Un piano inclinato di sconfitte per il movimento operaio, che si concluderà con la restaurazione del capitalismo nei paesi del cosiddetto “socialismo reale”.

Cuba, isolata dal blocco statunitense, privata del sostegno dell’URSS, attraverserà un periodo difficile, noto come periodo speciale, di fame e scarsità per le masse operaie e contadine. Nel 1997 il regime cubano apre agli investimenti stranieri e alla creazione di imprese capitalistiche, senza modifiche sostanziali al regime politico, mentre intensificava i rapporti con la Chiesa cattolica sanciti l’anno successivo dalla visita del Papa Karol Wojtyla. Negli ultimi anni di governo, infine, Fidel Castro ha sostenuto il regime di Chavez e i governi progressisti dell’America Latina: il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che non ha mai messo in discussione il sistema capitalistico.

Dopo il suo ritiro dalla politica attiva, Castro, rimasto lucido fino alla fine, non ha fatto mancare il suo sostegno alla politica, interna e internazionale, del fratello Raul e della burocrazia restaurazionista dirigente. Una politica che, grazie al sostegno questa volta della Chiesa cattolica di Papa Francesco, nel mentre avviava i negoziati con l’imperialismo statunitense, accelerava all’interno il processo di restaurazione capitalista e la penetrazione dell’imperialismo.

Da parte nostra, difendiamo e difenderemo le conquiste della rivoluzione socialista cubana che hanno senza alcun dubbio, dopo l’espropriazione della borghesia, migliorato significativamente le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori e delle masse popolari dell’Isola, garantendo l’educazione e la salute, la casa e il lavoro. Proprio per questo, abbiamo sostenuto e sosteniamo la difesa di Cuba da ogni forma di aggressione imperialista, la fine del blocco e la chiusura della base imperialista di Guantánamo.
Ma non difendiamo il regime burocratico restaurazionista, che rappresenta la casta privilegiata della società cubana.
La classe operaia cubana deve respingere la restaurazione capitalista portata avanti dalla casta burocratica dirigente di Raul Castro, costruire il proprio partito rivoluzionario, socialista e internazionalista, distruggere l’apparato burocratico stalinista e riprendere il percorso interrotto della costruzione socialista imponendo il potere dei consigli degli operai, dei contadini e dei soldati.
Questa è l’unica alternativa realmente progressiva, quella proposta da Trotsky e dalla Quarta Internazionale nel Programma di transizione del 1938 contro l’infausta prospettiva della restaurazione capitalista da parte della burocrazia stalinista in URSS.
Antonino Marceca

sabato 10 dicembre 2016

La disfatta del renzismo

Per una soluzione di classe alla crisi della Repubblica

5 Dicembre 2016


Il renzismo ha consumato una autentica disfatta.

La combinazione dell'altissima partecipazione al voto (70%) con la valanga del No (quasi il 60%) offre un'indicazione inequivoca. Il plebiscito della maggioranza silenziosa che Renzi aveva invocato per sé si è capovolto contro di lui e il suo governo. La tendenziale omogeneità della vittoria del No sull'intero territorio nazionale (con la parziale eccezione toscana) rafforza l'imponenza del pronunciamento.

Il populismo di governo e il suo progetto bonapartista conoscono una sconfitta senza ritorno. Il tentativo di sfondamento nell'elettorato di centrodestra nel nome della stabilità politica contro il salto nel buio; il tentativo di incursione nell'elettorato grillino e leghista nel nome del taglio delle poltrone e dei politici contro la casta; la pioggia parallela di mancette elettorali e richiami clientelari nella legge di stabilità; l'occupazione, infine, a reti unificate dei canali della comunicazione pubblica, hanno tutti mancato nel loro insieme il proprio obiettivo. Non è colpa dello spartito in sé, ma del suo interprete. Il renzismo arrivava alla prova decisiva del referendum istituzionale in uno stato di profonda crisi di consenso, registrata da tutti i pronunciamenti elettorali dei due ultimi anni. Una crisi apertasi a partire dallo scontro sociale su Jobs Act e Buona scuola, e poi approfonditasi nella fase successiva. La disfatta referendaria ha confermato e pesantemente aggravato questa crisi.

La disfatta del renzismo e del suo progetto bonapartista è un fatto straordinariamente positivo. Tanto quanto una sua vittoria sarebbe stata catastrofica per i lavoratori. Ma ciò non significa che il pronunciamento di massa del No abbia una valenza politica uniforme. I blocchi sociali interclassisti del populismo di opposizione hanno sostanzialmente tenuto nei propri riferimenti politici, sommandosi contro il governo. Ha tenuto massicciamente il blocco sociale della Lega , come emerge dal voto veneto. Ha tenuto il grosso dell'elettorato di Forza Italia attorno al richiamo di un pur indebolito Berlusconi. Ha tenuto il grosso dell'elettorato grillino, come emerge dal voto nel Sud, a Roma, a Torino. Su questo versante il No ha avuto il marchio di una “pancia di destra”. Ma parallelamente si è espresso contro Renzi un settore di classe lavoratrice legato alla tradizione della sinistra politica e sindacale, nelle sue diverse articolazioni e organizzazioni (CGIL, FIOM, sindacati di base...), e attorno ad esso il grosso di un popolo della sinistra segnato da una cultura democratica e costituzionale con i suoi riferimenti portanti (ANPI): un settore di classe e un popolo compositi che hanno affollato in tante parti d'Italia le iniziative dei comitati del No, con livelli di partecipazione e coinvolgimento spesso sorprendenti. Questo è il versante progressivo del pronunciamento anti-Renzi. Il versante che può e deve assumersi ora la responsabilità di una propria risposta e di una propria soluzione alla crisi politica e istituzionale che la disfatta di Renzi ha aperto.

La disfatta del renzismo segna la sconfitta della Seconda Repubblica. La Riforma costituzionale Renzi-Boschi non era solo il progetto bonapartista dell'uomo solo al comando. Era anche, perciò stesso, l'atteso completamento del lungo processo di riforma istituzionale che dai primi anni Novanta ha investito gli assetti politici e istituzionali della Repubblica, a partire dai comuni e dalle Regioni. Un processo di progressiva costituzionalizzazione di governi di minoranza, grazie al combinato di leggi maggioritarie e potenziamento degli esecutivi. Un processo funzionale allo sviluppo dell'aggressione sociale ai lavoratori e alla lavoratrici, allo smantellamento progressivo dei loro diritti e conquiste, a vantaggio dei profitti padronali e nel quadro dei vincoli UE. Riforma Boschi e Italicum dovevano completare e chiudere la transizione alla Seconda Repubblica, col plauso di tutto il grande capitale, interno e internazionale. Proprio per questo la disfatta di Renzi non è solo la sconfitta di un aspirante Bonaparte. È anche la sconfitta di un lungo corso politico istituzionale.

Per questa stessa ragione il movimento operaio deve porsi all'altezza della crisi che ora si è aperta e indicare la propria soluzione. Autonoma, di classe, totalmente alternativa e contrapposta a quelle prospettate dagli altri soggetti del campo del No.

La crisi politica e istituzionale che si è aperta vede in campo, da protagonisti, diversi avversari della classe lavoratrice. La presidenza della Repubblica cercherà di incardinare una soluzione di governo che regga la pressione del capitale finanziario, tamponi la crisi delle banche, conduca in porto una legge di stabilità che regala altri 20 miliardi a imprese e banche, gestisca il negoziato nella UE, istruisca in un parlamento assai più instabile una nuova legge elettorale che garantisca “governabilità” (antioperaia). Non sarà facile. Intanto, sul fronte del No ogni soggetto dispiega il suo gioco. Ma sempre contro i lavoratori. La Lega di Salvini punta alla rapida scalata del centrodestra con un messaggio trumpista e lepenista, fondato su caccia ai migranti e nazionalismo antieuropeo. Berlusconi punta a recuperare uno spazio negoziale col PD indebolito su legge elettorali, riforma istituzionale, ulteriore detassazione delle imprese. Il M5S invoca elezioni subito, in compagnia della Lega, per provare a capitalizzare a proprio vantaggio la spinta del No, conquistare il potere, e affermare il proprio disegno di Repubblica plebiscitaria via web, che contrappone reddito di cittadinanza alla ripartizione del lavoro, punta all'abolizione dell'Irap, solletica gli umori xenofobi e nazionalisti.

Il movimento operaio non ha nulla a che spartire con questi disegni, tutti mirati contro i suoi interessi sociali. Tutti interessati a costruire sulle rovine del renzismo diverse soluzioni reazionarie.
Al contrario. Di fronte alla bancarotta della Seconda Repubblica, si tratta di battersi per una soluzione operaia della crisi. Una soluzione che volti finalmente pagina. Che chiami in causa le classi dirigenti del Paese, tutti i loro poteri e tutti i loro partiti. Che rivendichi la cancellazione delle leggi antioperaie di trent'anni, a partire dal Jobs Act e Buona scuola. Che ponga al centro dello scontro le ragioni di classe del lavoro, contro ogni loro subordinazione al capitale. Che rivendichi il diritto alla piena rappresentanza proporzionale di queste ragioni, contro ogni loro subordinazione alla governabilità del sistema. È la prospettiva di una repubblica dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione. L'unica che possa abolire il debito pubblico verso le banche e nazionalizzarle, espropriare i capitalisti che licenziano ed inquinano, ripartire tra tutti il lavoro attraverso una riduzione generale e progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga, cancellare le leggi di precarizzazione del lavoro, sviluppare un grande piano di nuovo lavoro, a partire dal riassetto idrogeologico del territorio e la messa in sicurezza antisismica dell'intero patrimonio edilizio pubblico e privato. Nessuna di queste misure è rinunciabile. Nessuna di esse può essere realizzata dagli avversari dei lavoratori, dentro il quadro capitalistico, dentro la UE. Solo una rottura anticapitalista, solo un governo dei lavoratori può realizzarle.

Proponiamo il più ampio fronte unico di lotta del movimento operaio e delle sue organizzazioni attorno a questo programma indipendente, e a questa autonoma prospettiva politica. E dentro questa prospettiva diciamo con chiarezza che vanno archiviati e respinti gli accordi sindacali a perdere siglati dalla burocrazia sindacale alla vigilia del referendum istituzionale, nel settore privato (metalmeccanici) come nel settore pubblico (pubblico impiego) come nei servizi (igiene ambientale). Regali al padronato per scalare la segreteria CGIL (Landini), regali al governo per compiacere l'unità con la CISL renziana. Regali da revocare, subito, a partire dal No delle assemblee dei lavoratori. Il No a Renzi diventi il No di classe del mondo del lavoro a decenni di sacrifici e umiliazioni. Ora basta. È l'ora di costruire una riscossa. È ora di ripartire da una piattaforma di lotta unificante, da una vertenza generale che l'accompagni, da una mobilitazione prolungata che l'imponga.

Il PCL si batte e si batterà come sempre in ogni lotta per aprire questa pagina nuova.
Partito Comunista dei Lavoratori