Blog della sezione di Massa Carrara del Partito Comunista dei Lavoratori

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venerdì 1 luglio 2016

UE o Brexit: una falsa alternativa per i lavoratori

L'esito del referendum britannico e la lotta anticapitalista contro l'UE

25 Giugno 2016
Brexit

L'uscita della Gran Bretagna dalla UE apre un nuovo capitolo della crisi dell'Unione degli stati capitalisti del vecchio continente.

Da tempo a cavallo tra integrazione e dissoluzione, la UE ha visto moltiplicarsi nell'ultima fase le spinte disgregatrici. Il combinato della crisi capitalista, della prolungata stagnazione, della profonda crisi di consenso delle politiche di austerità ha sospinto un approfondimento delle contraddizioni nazionali nella UE . Il fiscal compact è virtualmente fallito senza che si delinei un nuovo equilibrio. L'Unione bancaria resta al palo, col rifiuto tedesco di una assicurazione europea sui depositi, mentre l'intero settore bancario europeo è investito da nuovi venti di crisi (crisi dei crediti deteriorati in Italia, crisi dei derivati nella finanza tedesca e nordica). Il riconoscimento o meno della Cina come economia di mercato amplifica il contrasto tra capitalismo tedesco (disponibile) e interesse opposto di Italia e Francia, minacciate sul proprio mercato interno dalla concorrenza asiatica. La pressione migratoria - fattore strutturale di lungo periodo - sospinge processi combinati di rinazionalizzazione dei confini, con la dissoluzione del blocco est-europeo a trazione tedesca e nuovi processi di polarizzazione politica xenofoba all'interno di diversi paesi. Fattore a loro volta di nuove spinte centrifughe e di effetti politici destabilizzanti all'interno dei diversi paesi dell'Unione.

La Brexit è stata un effetto di questo quadro generale di crisi, e al tempo stesso concorre ad approfondirlo.


LA NATURA DELL'OPERAZIONE CAMERON. LA CITY A FAVORE DEL REMAIN

Lo scontro interno alla Gran Bretagna tra “remain” e Brexit ha visto affrontarsi su opposti versanti forze ugualmente nemiche dei lavoratori britannici e dei lavoratori europei. Sia sul fronte politico, sia sul fronte sociale.

Sul fronte politico, David Cameron ha ideato il referendum sull'appartenenza della Gran Bretagna alla Unione Europea in funzione del proprio rafforzamento nel partito conservatore e nel governo, contro i propri avversari interni, lungo la linea di continuità dell'attacco ai lavoratori britannici. Prima la promessa del referendum, poi il negoziato con la UE, infine la campagna a favore del remain brandendo le “concessioni” ottenute in sede UE (contro i diritti sociali degli stessi immigrati comunitari), hanno perseguito un solo obiettivo: incassare il plauso popolare per coronare la propria ambizione politica. La disfatta della cinica operazione ha sancito la fine politica di Cameron, a vantaggio di quegli stessi avversari interni (Boris Johnson) che puntava a sgominare.

Al di là degli scopi politici di Cameron, la campagna per il remain ha selezionato e raccolto attorno a sé il fiore della grande borghesia britannica: il cuore della City londinese, la principale piazza del capitale finanziario europeo; la grande borghesia industriale (l'80% degli aderenti alla Confindustria britannica ha aderito alla campagna); la maggioranza delle Camere di commercio (sia pure con una percentuale minore). La ragione del sostegno borghese maggioritario al remain è molto semplice: la UE rappresenta il 45% delle esportazioni del Regno Unito. Una uscita della Gran Bretagna dalla UE significa la rinegoziazione dell'accesso al mercato unico, in condizioni presumibilmente più difficili.

Per ragioni di classe complementari, la permanenza della Gran Bretagna nel Regno Unito era la speranza del grosso del capitalismo mondiale, delle grandi borghesie europee e dei loro governi nazionali, interessati ad evitare sia i contraccolpi economici della Brexit sul mercato finanziario, in una situazione già critica; sia un nuovo possibile fattore di incoraggiamento delle spinte centrifughe nell'Unione. Ma era la speranza anche degli Stati Uniti, da sempre alleato storico privilegiato della Gran Bretagna. La permanenza del Regno Unito nell'Unione rispondeva a molteplici interessi USA: preservare la principale piattaforma finanziaria delle proprie multinazionali e banche sul mercato europeo; mantenere una propria sponda politica fidata all'interno della UE; favorire una tenuta dell'Unione quale fattore di contenimento della crisi capitalistica mondiale ed anche possibile alleata ai fini del controbilanciamento della potenza cinese (accordi TTIP). Per tutte queste ragioni è indubbio che la vittoria della Brexit contraddice gli interessi dominanti del capitalismo internazionale. Il crollo delle borse di venerdì, proporzionale al loro investimento sulla permanenza nell'UE, è un primo metro di misura del contraccolpo subito.


BREXIT COME VITTORIA DEI LAVORATORI E DELLA DEMOCRAZIA?

Ma è perciò stesso la Brexit una vittoria dei lavoratori e della democrazia?
Colpisce il sostegno entusiasta alla Brexit di forze diverse della sinistra europea (e non solo). Come il tripudio ideologico per la sua "vittoria".

La campagna a favore della Brexit è stata ispirata e diretta dalle forze politiche più reazionarie del panorama inglese. Dallo UKIP xenofobo di Farage, alleato del M5S nel Parlamento europeo. Dai movimenti fascisti della Gran Bretagna. Dalle bande ostili a Cameron nel Partito Conservatore e nel governo stesso. Il tono ideologico della campagna è emblematico. Da un lato la campagna ossessiva contro i migranti: contro gli immigrati comunitari (inclusi i tanti giovani e lavoratori italiani emigrati) e la loro “pretesa” di diritti sociali; e tanto più contro i migranti extracomunitari e la loro presunta “invasione”, a partire dall'immagine simbolo dell'accampamento disperato di Calais, rappresentato come avamposto minaccioso della UE ai confini della patria. Dall'altro, la rivendicazione del peggiore sciovinismo all'insegna della nostalgia del vecchio impero britannico e della grande potenza inglese nel mondo. «Una grande potenza imperiale che potrebbe tornare a risorgere, se solo la gran Bretagna si liberasse della Unione Europea», ha testualmente annunciato Farage.

Anche settori della borghesia inglese si sono allineati al fronte della Brexit, a partire da un consistente settore delle Camere di commercio. Ai quali Boris Johnson si è così rivolto: «Noi potremo fare accordi con le economie emergenti del mondo intero, accordi che la UE è incapace di siglare a causa delle forze protezioniste europee. Liberiamoci delle catene dell'Unione.» (Le Monde). È la (improbabile) promessa al capitalismo britannico di un autonomo aggancio al mercato cinese aggirando l'Unione Europea e il suo contenzioso con la Cina. L'appello al libero mercato mondiale e alla sue umani sorti e progressive si combinava dunque col vezzo ideologico nazionalista, dentro un comune impasto reazionario.


UNA MINACCIA REAZIONARIA CONTRO I LAVORATORI

La vittoria di questo fronte reazionario è una minaccia per i lavoratori britannici e per il movimento operaio europeo.

Certo, un settore di classe lavoratrice e la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne sono stati catturati dalle sirene della Brexit. La rabbia sociale accumulata dalla crisi capitalista e dalle politiche di austerità è stata dirottata con successo contro l'Unione Europea. Il ritorno mitologico alla “vecchia potenza inglese” è stato venduto come canale di riscatto sociale ed emancipazione. Ma si tratta di una cinica truffa, oggi rilanciata su scala continentale da tutti gli ambienti politici più reazionari d'Europa, a partire da Le Pen e Salvini.

Il capitalismo britannico e la sua sovrana sterlina non sono meno responsabili dell'Unione Europea per la miseria crescente dei lavoratori inglesi. Ben prima della UE, fu il governo - nazionalista - di Margaret Thatcher (quello che brandì la guerra all'Argentina sulle Malvinas) a realizzare il grande sfondamento liberista contro il movimento operaio (guerra ai minatori) e l'attacco frontale allo stato sociale. Blair e Cameron, nel quadro della UE (ma fuori dall'Euro), hanno amministrato la continuità devastante di quella politica, che Farage, già nelle vesti di deputato conservatore, e tanto più Boris Johnson, hanno fedelmente e attivamente sostenuto. Oggi proprio Boris Johnson, astro nascente della Brexit, si candida a gestire una nuova pesante stagione di austerità contro i lavoratori inglesi, e una stretta discriminatoria xenofoba contro gli immigrati. Naturalmente nel nome di "Britain First" e della guerra tra poveri. Presentare tutto questo, a sinistra, come "vittoria della democrazia" e come "esempio per i popoli europei" significa aver perso la testa.


CONTRO L'UNIONE EUROPEA, PER GLI STATI UNITI SOCIALISTI D'EUROPA

Siamo da sempre contro l'Unione Europea. Una Unione di stati capitalisti unicamente interessati a partecipare alla spartizione del mondo dopo il crollo dell'URSS, nel nuovo mercato globale. Per questo interessati a concertare le proprie politiche di rapina contro i propri lavoratori. Per la stessa ragione ci siamo sempre opposti e tanto più ci opponiamo oggi alle illusioni di una possibile UE “democratica e sociale”, portate avanti dai partiti di Sinistra Europea (Syriza, Rifondazione Comunista, Izquierda Unida, Die Linke, PCF...). Partiti che si sono ciclicamente compromessi nei diversi governi borghesi dell'Unione Europea gestendo le stesse politiche di austerità e di rapina che dall'opposizione dicevano di combattere. La capitolazione di Tsipras alla troika è solo l'ultimo esempio del fallimento del riformismo europeista.

Ma la lotta contro l'Unione Europea può procedere da opposti versanti, politici e di classe, e mirare ad opposte prospettive.

Può procedere dal versante dell'opposizione di classe del movimento operaio, a difesa delle proprie ragioni e diritti sociali. Come ha mostrato la lunga ascesa del movimento di massa in Grecia contro la troika prima del tradimento di Syriza. Come mostra oggi la mobilitazione di massa prolungata ancora in corso in Francia contro la Loi Travail del governo Hollande. Questa è la dinamica di lotta che ha valore progressivo, che può unire gli sfruttati, che può ricomporre attorno alla classe operaia un blocco sociale anticapitalista, che può alimentare una solidarietà di classe internazionale tra i lavoratori d'Europa. La proposta di una Europa socialista, nella forma degli Stati Uniti socialisti d'Europa, è l'unica proposta strategica capace di dare una prospettiva storica a questa dinamica di lotta. L'unica che può indicare un'alternativa reale all'Unione Europea del capitale, nell'interesse dei lavoratori.

La lotta contro l'Unione Europea e contro l'Euro oggi indicata dalla Brexit, e promossa dai Farage, Le Pen, Salvini, è non solo diversa, ma esattamente opposta. È la lotta che mira a far leva sulla crisi capitalista, e sulla mancata risposta del movimento operaio alla crisi, per costruire uno sbocco reazionario, in ogni paese e su scala continentale. All'insegna della continuità delle politiche di rapina, e di un nuovo drammatico appesantimento dell'offensiva dominante contro i diritti sociali, sindacali, democratici del movimento operaio europeo e di tutti gli oppressi.

Ogni subordinazione a questa dinamica reazionaria va apertamente denunciata e combattuta, tra le fila dei lavoratori, tra i giovani, in ogni organizzazione sindacale e di massa.
Partito Comunista dei Lavoratori

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martedì 21 giugno 2016

Il Movimento 5 Stelle: un movimento reazionario di massa

9 Giugno 2016
Dopo le elezioni, il M5S torna ad essere oggetto di analisi e confronto. Qual è il reale progetto sociale e politico del M5S? Qual è la sua base sociale? Come bisogna valutarlo da un versante di classe?

grillus
Il Movimento 5 Stelle in questi anni ha spesso costituito un oggetto di confronto politico a sinistra. Torna ad esserlo tanto più oggi, dopo il voto delle comunali del 5 giugno, alla vigilia dei ballottaggi, in un quadro politico generale segnato dalla crisi del renzismo e dall'imminenza del referendum istituzionale.

Impressiona l'avallo politico fornito al grillismo da parte di ambienti diversi di estrema sinistra. Ancor più l'esplicito gioco di sponda col M5S del gruppo dirigente USB, sino all'aperta campagna politica per i suoi candidati o le sue candidate negli imminenti ballottaggi. Più in generale colpisce la rappresentazione dell'avanzata del Movimento 5 Stelle quale risultante di un'asserita “ribellione sociale strisciante e diffusa”, come teorizza la Rete dei Comunisti.

Queste tesi non misurano solamente la rimozione di ogni criterio di classe dall'analisi politica. Configurano il serio rischio di una forma indiretta di subordinazione a un movimento reazionario di massa. Perché tale è la natura del Movimento 5 Stelle. Il carattere poliedrico ed eclettico di tante sue posizioni, il suo profilo culturale apparentemente evanescente, fragile, “inoffensivo”, e persino le posizioni progressiste occasionalmente esibite su alcuni temi (scuola , acqua pubblica...) mascherano questa natura, fuorviando molte letture. Eppure proprio il carattere ambiguo e polivalente delle posture ideologiche segna la natura di tanti movimenti reazionari. Oltre a rappresentare un utile strumento di penetrazione di massa in ambienti sociali diversi, che è la vocazione naturale di ogni movimento populista mirato alla conquista del potere.

Qual è il reale progetto sociale e politico del M5S? Come si posiziona nella lotta fra le classi? Da quale dinamica di classe nasce il suo successo e prende forma il suo blocco sociale di riferimento? Questi sono gli interrogativi di fondo da porre alla base di un'analisi seria. E la risposta è inequivocabile.


UN MOVIMENTO CONTRO GLI OPERAI, CONTRO IL LAVORO

Il Movimento 5 Stelle incassa il voto di ampi settori operai, in particolare tra i giovani. Ma la sua cultura, il suo programma, la sua politica, sono contro le ragioni degli operai. Dalla vicenda Elettrolux al caso Ilva, passando per le acciaierie di Piombino, in ogni scontro sociale e drammatico a difesa del lavoro, il M5S si è pronunciato per la chiusura delle fabbriche. «Il lavoro non c'è più, non ci sarà più, che senso ha attardarsi a difenderlo? La soluzione è il reddito di cittadinanza»: così Grillo arringò gli (increduli) operai di Piombino. Non si tratta di una battuta. Nella visione sociale e culturale del grillismo il reddito di cittadinanza è un sostituto del lavoro. Al posto di una battaglia per la ripartizione del lavoro fra tutti, attraverso la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga (e in questo quadro la richiesta di un salario garantito dignitoso ai disoccupati fino a che non trovano lavoro), il M5S offre il reddito di cittadinanza agli operai licenziati... di cui chiede il licenziamento. Un paracadute sociale bucato al posto del lavoro. Un reddito di sussistenza (750 euro) per di più inferiore all'importo attuale della cassa integrazione. Ci si può meravigliare se la parlamentare romana pentastellata Roberta Lombardi definì a suo tempo l'articolo 18 «un anacronismo da buttare»?

Non va meglio per il lavoro nei servizi e nella pubblica amministrazione. Anzi. Casaleggio ha teorizzato a suo tempo l'esistenza di una zavorra parassitaria nella società italiana rappresentata dalle pensioni e dagli impiegati pubblici. Una zavorra che impedirebbe la liberazione delle risorse necessarie per il reddito di cittadinanza. Si tratta allora di disboscare la zavorra. Grillo ha affermato che il governo di Roma da parte del M5S attaccherà il parassitismo e sfoltirà gli impiegati pubblici, per questo susciterà resistenze e scioperi. È la confessione di un programma. È possibile che una amministrazione Raggi ne moderi l'applicazione nell'immediato, anche per ragioni di cassetta elettorale. Ma quello resta il programma reale di riferimento. La rappresentazione degli impiegati pubblici come sacca di privilegio e fannulloni non è forse uno dei fiori all'occhiello di ogni cultura reazionaria, da Salvini a Brunetta?

Questo programma contro il lavoro ha un preciso destinatario sociale: la piccola e media impresa. Le risorse liberate dallo sfoltimento degli impiegati pubblici non servono solo a finanziare il reddito di cittadinanza per gli operai licenziati nell'industria (e per gli stessi impiegati pubblici liquidati). Servono a finanziare la piccola e media impresa. Servono a finanziare la cancellazione dell'IRAP, richiesta centrale del programma pentastellato, in tutto e per tutto convergente su questo con il programma di Salvini e con la politica confindustriale di Renzi. Il fatto che oggi l'IRAP finanzi ciò che resta della sanità pubblica, e che il vero scandalo fiscale stia nel sovraccarico di tasse su lavoratori dipendenti e pensionati, è solo uno spiacevole dettaglio. La conquista delle piccola e media impresa è obiettivo centrale del grillismo, come di ogni movimento reazionario. Al cosiddetto fondo per la piccola e media impresa viene versato parte dello stipendio dei parlamentari grillini. Le relazioni sul territorio con le associazioni della piccola e media impresa sono oggetto di cura costante da parte del M5S, dal Nord-Est al Mezzogiorno. La campagna mirata sulla piccola e media impresa, con una capillare rete di incontri con padroni e padroncini, è il cuore ad esempio della campagna di Appendino a Torino. Il fatto che nella piccola e media impresa si annidi una montagna di lavoro nero, supersfruttato, senza diritti, non interessa al M5S. Per Grillo votano milioni di sfruttati. Ma lui si occupa dei loro sfruttatori.


UN MOVIMENTO CONTRO IL SINDACATO

Se sei contro gli operai e i lavoratori dipendenti sei contro il sindacato. Il M5S si allinea alla campagna reazionaria contro il sindacato oggi condotta dal renzismo e dal salvinimo. Ma con una accentuazione ancor più pesante. Grillo ha definito il sindacato un ferrovecchio dell'Ottocento da cancellare (durante un comizio a Reggio Calabria nel 2013). Non l'attuale sindacato, si badi bene. Ma proprio il sindacato in quanto tale. Di Maio ha ripreso recentemente lo stesso concetto. La posizione non fa una grinza. Se «il lavoro non c'è più, non ci sarà più, non vale la pena difenderlo», che senso ha un sindacato? Il sindacato è preposto alla difesa del lavoro. Le attuali burocrazie sindacali, come sappiamo, aiutano i padroni e lo Stato a perpetuare le politiche di austerità contro il lavoro. È una ragione in più per rivendicare un vero sindacato democratico e di classe, capace di fare finalmente il proprio mestiere. Il M5S fa l'opposto: siccome il lavoro non va difeso, buttiamo a mare il sindacato in quanto tale. Risolverà tutto... il reddito di cittadinanza.

Non è solo il risvolto di una politica contro il lavoro. È anche il riflesso di una visione culturale reazionaria più generale. “Uno vale uno” non è affatto una petizione democratica, se non in apparenza. È la delegittimazione di ogni rappresentanza collettiva, sindacale o politica, dei lavoratori in quanto classe. I lavoratori sono “cittadini” tra gli altri. Le loro relazioni sono ordinarie relazioni tra cittadini. Il web è il terreno ordinario delle relazioni. Il lavoratore atomizzato, solo davanti al web, disperso nella massa anonima dei “cittadini”, è il destino che il grillismo riserva agli operai. La democrazia si riduce al “mi piace”. Che posto ha un sindacato in tutto questo?

Non è solo una posizione teorica. Laddove amministra, il grillismo ignora il sindacato. A Parma la giunta grillina ha pagato il debito pubblico alle banche con tanto di interessi, come ogni altra giunta borghese. Per finanziare il pagamento del debito, non ha solamente alzato le rette degli asili sino a 600 euro mensili, ma ha colpito il salario accessorio dei dipendenti comunali. Alla RSU che protestava si è rifiutato l'incontro perché "la nuova amministrazione pubblica si rivolge direttamente ai singoli cittadini, non al sindacato come nella vecchia politica".
Raggi e Appendino oggi rivendicano la rinegoziazione del debito con le banche nelle rispettive città (guardandosi bene dall'abrogarlo). Le banche potranno acconsentire ma in cambio di precise contropartite: a partire dal taglio dei “costi” dei dipendenti pubblici, perché vorranno garanzie più stringenti sul pagamento del debito rimanente. I sindacati protesteranno. Ma la “nuova politica” della “nuova amministrazione dei cittadini” per quale ragione dovrebbe negoziare con loro, visto che il sindacato è un ferrovecchio dell'Ottocento?

Una cosa è certa: il fatto che organizzazioni sindacali di classe si facciano sponsorizzatrici del grillismo non è solo grave. È grottesco, e suicida.


UN MOVIMENTO CHE IGNORA LA DEMOCRAZIA

Il regime interno al M5S è stato spesso oggetto di discussione e polemiche pubbliche. Non ci interessano ovviamente le critiche ipocrite del Bonaparte Renzi. Ci interessa uno sguardo al grillismo dal punto di vita semplicemente democratico.

Il M5S si regge su un modello interno plebiscitario. Senza confronto democratico di posizioni, senza elezione democratica degli organismi dirigenti, senza organizzazione democratica. Il vero baricentro del comando sta nella Casaleggio Associati, che controlla la rete, che controlla il movimento. Grillo e Casaleggio (oggi junior), quali padroni del marchio, sono i padroni del movimento, giuridici e politici. Per nascita o per successione dinastica. Non li ha eletti nessuno, ma decidono tutto. Decidono loro chi riconoscere e chi no, chi accogliere e chi espellere. Il direttorio, di più recente formazione, è una loro emanazione, funzionale alla comunicazione pubblica. Gli staff, selezionati e avallati dall'azienda madre, sono il vero strumento di governo quotidiano del movimento, nel più generale anonimato. E quindi fuori da ogni possibile controllo. La rete degli associati è chiamata di tanto in tanto a votare via internet gli editti dei capi (posizioni, espulsioni, incarichi), nella fascia oraria decisa da loro poche ore prima, senza alcuna possibilità di contraddittorio paritario di posizioni e argomenti. La democrazia della rete è ridotta a un sì o a un no all'editto dei capi. Nei fatti, al plauso plebiscitario ad ogni loro decisione. Quando il plauso non è garantito, si evita la votazione. Quando, eccezionalmente, una votazione dà esito sgradito (e imprevisto), la si ignora, come è successo sul caso migranti.
Presentare tutto questo come “vera democrazia” in cui “decidono i cittadini” non è solo grottesco, è un riflesso del meccanismo plebiscitario che in ogni tempo presenta come democrazia l'investitura popolare del capo, come decisione del popolo l'inganno del popolo, che è l'esatto opposto della democrazia.

Questo regime interno al M5S non è un fatto che riguarda loro. È la prefigurazione della loro concezione dello Stato. È l'anticipazione del loro modello di potere, la cifra della loro proposta politica e istituzionale. “Uno vale uno”, come si è detto, non è solo la delegittimazione del sindacato, ma anche del partito politico. Non di questo o quell'altro partito, ma del partito politico in quanto tale. Nella nuova civiltà pentastellata dominata dal web non hanno senso organizzazioni politiche portatrici di progetti collettivi o ragioni sociali. Sono i “cittadini” ad “esprimersi attraverso la rete”. Lo stesso M5S, non a caso, non si autorappresenta come partito, fosse pure sui generis. Si concepisce come la voce dei cittadini, espressione della loro volontà. La voce dei cittadini a sua volta è contrapposta ai partiti, quali che essi siano, significativamente rappresentati come universo omogeneo e nemico della rete. Questa rappresentazione del M5S come la voce del popolo contrapposta ai partiti ha in sé una vocazione totalitaria, che del resto corrisponde alla visione mitologica coltivata dal guru Gianroberto Casaleggio in 'Gaia: il futuro della politica', dove annuncia dopo il 2054 la nascita di una nuova civiltà del mondo dominata dalla rete senza più i partiti politici. Una civiltà che emergerebbe da una terza guerra mondiale tra Occidente e Oriente. Naturalmente si può ridere delle fantasie più irrazionali. Ma le mitologie irrazionaliste nella storia non sono forse un classico (e tragico) ingrediente delle culture più reazionarie?

Le posizioni reazionarie espresse a più riprese dal M5S verso il fenomeno dell'immigrazione, come la sua adesione allo stesso gruppo reazionario e xenofobo di Farage nel Parlamento europeo (EFDD), sono solo un riflesso particolare di quella cultura generale. Ciò che oltretutto consente oggi al lepenista Salvini un'indicazione di voto ai candidati grillini nei ballottaggi del 19 giugno.


CONCLUSIONI

Quando parliamo del M5S non parliamo di un movimento occasionale e transitorio. Stiamo parlando di un soggetto ormai consolidato che può conquistare nei prossimi anni il potere politico in Italia, magari attraverso l'Italicum.

Il consolidamento del grillismo, e la presa delle sue suggestioni nella giovane generazione e tra i lavoratori, sono dunque un problema serio per il movimento operaio italiano. Sono un effetto della deriva autodistruttiva di una sinistra politica che ha prima tradito i lavoratori in cambio di ministri (o assessori), poi li ha abbandonati a loro stessi sotto i colpi della grande crisi. Sono la risultante dell'arretramento profondo del movimento operaio, delle sue conquiste, della sua coscienza politica e sindacale, a livello di massa ed anche in settori della sua avanguardia. In questo senso il M5S, con le sue indubbie specificità, appartiene a pieno titolo alla grande famiglia (assai eterogenea) del populismo reazionario europeo, che ha raggiunto una massa critica sconosciuta nella storia del dopoguerra proprio capitalizzando a destra la crisi del movimento operaio continentale.

Ricostruire tra i lavoratori una coscienza politica di classe, dentro un'azione di rilancio del movimento operaio, è allora l'unica via per fare argine al populismo reazionario in tutte le sue declinazioni italiane: renzismo, salvinismo, grillismo. Ciò che richiede una battaglia controcorrente, anche a sinistra, sulla natura del M5S, contrastando ogni forma di suo abbellimento o sottovalutazione, ogni tipo di capitolazione politica e culturale alla sua narrazione ideologica. Tanto più nell'ambiente dell'avanguardia di classe e dei movimenti sociali.
Partito Comunista dei Lavoratori

sabato 4 giugno 2016

Dalla parte dei lavoratori francesi

Scioperi e proteste bloccano la Francia

25 Maggio 2016
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Blocco delle otto raffinerie petrolifere francesi. Blocco dei porti di Le Havre, Saint Nazaire, Marsiglia. Sciopero a tempo indeterminato delle ferrovie a partire dal 31 maggio, e dei trasporti pubblici a Parigi dal 2 giugno. Sciopero del traffico aereo dal 3 al 5 giugno.
Lo scontro sociale in Francia sulla legge El Khomri si radicalizza. È passato dalle giornate di mobilitazione nazionale scaglionate nel tempo a una possibile dinamica di sciopero generale.

Con l'elevarsi del livello di scontro si alza la posta in gioco.
Hollande e Valls sembrano aver tagliato i ponti alle proprie spalle, sotto la pressione incalzante della borghesia francese. La Medef (Confindustria francese) che già ha denunciato i "cedimenti" del governo ai sindacati per le modifiche apportate al testo originario della legge, ha minacciato di rompere con l'esecutivo in caso di ulteriori concessioni. Le Camere del Commercio e la Federazione delle imprese delle costruzioni hanno chiesto al governo la mano pesante per ripristinare l'ordine. Il gruppo Total ha minacciato di revocare i propri piani di investimento in Francia nel caso di un prolungamento dei blocchi e degli scioperi. La destra gollista denuncia l'incapacità del governo di ripristinare “l'autorità” e invoca l'intervento poliziesco.
Hollande e Valls hanno risposto alle pressioni impugnando la bandiera della fermezza. Prima hanno fatto ricorso al famigerato articolo 49 della Costituzione che consente di aggirare il voto parlamentare per decreto. Poi hanno inviato la polizia a sgomberare la raffineria in sciopero di Fos-sur-Mer, per demotivare la continuità della lotta. La parola d'ordine è: la legge sul lavoro non sarà ritirata. La speranza del governo è che l'esibizione della fermezza favorisca il riflusso del movimento, come era avvenuto nel 2010, sotto Sarkozy, nello scontro sulle pensioni.

Sul versante opposto, il gruppo dirigente della CGT si gioca nello scontro il proprio prestigio e il proprio peso politico, minacciati sia dall'intransigenza di Valls, sia dalla concorrenza della CFDT. Il nuovo segretario CGT, Martinez, non è certo un rivoluzionario. Ma intende difendere la forza contrattuale della burocrazia che dirige. Oltreché la propria autorevolezza nei rapporti interni alla CGT, instabili e burrascosi. Da qui il cambio di marcia e l'accelerazione della mobilitazione. La parola d'ordine della generalizzazione degli scioperi sta in questo quadro. Come le relazioni ostentate col movimento Nuit Debout e la piazza giovanile. La speranza della burocrazia CGT è che la minaccia della ingovernabilità del conflitto possa indurre il governo ad arretrare, senza essere costretta a proclamare un vero sciopero generale. Dicendo al governo che il suo braccio di ferro “è pericoloso”, la burocrazia segnala in forma contorta alla borghesia francese che vuole evitare una dinamica incontrollabile, ma che per questo ha bisogno di un passo indietro del governo.

Ma la situazione si regge sul crinale di un equilibrio instabile, che esclude il pareggio. O la dinamica aperta con lo sciopero delle raffinerie e dei trasporti si estende alle fabbriche in direzione di uno sciopero generale che paralizza l'intero paese, getta sul piatto della bilancia la forza di massa di quasi venti milioni di salariati, polarizza e salda attorno a sé il movimento studentesco e giovanile; oppure il movimento di sciopero è destinato a ripiegare sotto l'effetto congiunto della repressione e dello scoramento.

La parola d'ordine dello sciopero generale sino al ritiro della legge, combinato con l'occupazione delle fabbriche e la loro difesa organizzata contro la gendarmeria, è la parola d'ordine del momento. La parola d'ordine da agitare in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato, in ogni piazza. È l'unica via per piegare il governo. Ma è anche la via che aprirebbe in Francia una crisi rivoluzionaria, di enorme impatto in Europa e nel mondo. È la ragione per cui la burocrazia sindacale non vuole compiere quel passo. È la ragione per cui i rivoluzionari sono chiamati a rivendicarlo.
I marxisti rivoluzionari francesi sono oggi ovunque al loro posto di combattimento. A loro va il nostro sostegno e il nostro abbraccio. 'Fare come in Francia' è oggi la parola d'ordine del PCL.
Partito Comunista dei Lavoratori



mercoledì 18 maggio 2016

Riforma del lavoro in Francia: la continuità di una lotta strategica

da Prensa Obrera

2 Maggio 2016
npa

Parigi. La mobilitazione del 9 aprile in Francia è stata meno numerosa e possente di quella del 31 marzo e, tuttavia, la crisi intorno alla nuova legge sul lavoro si approfondisce.
Il grosso delle manifestazioni in 220 città è stato rappresentato da migliaia di giovani e decine di migliaia di attivisti sindacali. La repressione poliziesca è stata una provocazione, soprattutto a Parigi e Rennes, dato che le colonne della CGT e di FO sono state attaccate. La giornata non è stata la grande marea annunciata, ma ha mantenuto la continuità della lotta contro il governo. A Parigi, e in misura meno significativa in altre città, una parte dei manifestanti si è riunita in Place de la République, per tenere assemblee generali del movimento denominate “Notte in piedi” (Nuit debout). Queste assemblea fanno ora parte del panorama della lotta.


IL PERCORSO DEL PROGETTO DI LEGGE

Per salvare la sostanza del progetto (deregolamentazione del lavoro a livello d’impresa, agevolazioni dei licenziamenti), il governo sta facendo una serie di concessioni. Il progetto è in fase di discussione parlamentare, nella Commissione Affari Sociali del Parlamento, che ha introdotto degli emendamenti minori, che rafforzano la trafila burocratica dei licenziamenti nelle grandi imprese. I ritocchi sono stati sufficienti a far suonare il campanello dall’allarme a Pierre Gattaz, presidente dell’organizzazione padronale Medef, e fargli denunciare la debolezza del governo di fronte ai sindacati FO e CGT, “fautori della lotta di classe”. Il padronato vuole una vittoria senza attenuanti.
Il governo perde il credito che aveva guadagnato di fronte alla borghesia e il primo ministro Valls ha ceduto il centro della scena al ministro dell’Economia, Emannuel Macron. L’ex banchiere ha appena fondato il proprio movimento politico, “né di destra, né di sinistra” e il capo del delle imprese Gattaz ha sostenuto l’iniziativa con entusiasmo. È un possibile rimpiazzo di Hollande nel caso in cui il presidente fosse incapace di presentare la propria candidatura alla rielezione. Sembra una "Comedie de boulevard", ma è, soprattutto, la disgregazione di un governo centrale dell’UE, e i protagonisti dell’opera pretendono prima di tutto che il pubblico non invada la scena.
Il progetto di legge deve passare alla plenaria dell’Assemblea Nazionale il 3 maggio e nulla esclude che i negoziati in corso e le votazioni degli articoli producano un pastrocchio reazionario e/o che il governo si veda costretto ad utilizzare l’articolo 49-3 della Costituzione, che permette l’approvazione di un progetto di legge senza che sia votato dal parlamento, a meno che una maggioranza non decida di far cadere il governo. Questa eventualità sarebbe l’epitaffio formale del governo Valls-Hollande.


IL CORSO DELLA LOTTA

Le direzioni sindacali continuano ad esigere “il ritiro del progetto di legge”, ma si danno venti giorni di scadenza. Plaudono alle trattative in corso tra il governo e le organizzazioni (burocratiche) degli studenti, come modello da imitare. Valls ha ricevuto queste organizzazioni lunedì 11 e gli ha concesso un variegato insieme di sovvenzioni, dal costo totale di 400-500 milioni di euro all’anno. L’Unef (principale organizzazione studentesca francese, n.d.r.) e le altre organizzazioni hanno dichiarato all’uscita dell’incontro di essere soddisfate dalle concessioni; ciononostante insistono con il chiedere il ritiro del progetto e invitano gli studenti a partecipare alle assemblee della “Nuit debout”. La “sinistra” del PS – che dirige queste organizzazioni – è finita con la "fine" del governo. Il PS, partito di governo, politicamente non esiste, diviso tra la sua destra e la sua sinistra.
Il rinvio sino al 28 aprile è stata una pausa negativa che non si giustifica con il Congresso della CGT, riunitosi dal 18 al 22 aprile. La Federazione dei ferrovieri della CGT ha proclamato uno sciopero per il 26, un segno del fatto che non ha scommesso sulla giornata del 28.
In questa situazione, che ruolo può svolgere la “Notte in piedi”? Riunire ogni notte diverse centinaia di giovani attivisti consente la discussione e l’iniziativa militante. Ma l’orientamento di una parte importante dei partecipanti è mettere da parte la lotta vera contro la legge, abbandonare le rivendicazioni perché significano sottomettersi allo Stato, ignorare le organizzazioni operaie, giovanili e popolari e guardare a se stessi per sostenere che la «lotta comincia a partire dalla nostra parola». Può non essere casuale che il PCF, il PG di Melenchon e altre tendenze democraticiste e conciliatrici appoggino questo movimento, malgrado i ripetuti pronunciamenti contro i partiti politici.
La sinistra anticapitalista e rivoluzionaria deve continuare con un lavoro sistematico di raggruppamento dei militanti e delle organizzazioni di base in comitati, e darsi gli strumenti per un appello nazionale allo sciopero e alla mobilitazione contro il governo.
Roberto Gramar

mercoledì 4 maggio 2016

Panama Papers: la criminalità del capitalismo

17 Aprile 2016
Panama

Ricordate la “grande offensiva contro i paradisi fiscali” lanciata nel 2009 dal G20? Secondo la propaganda dei circoli dominanti e della loro stampa avrebbe dovuto rappresentare il colpo fatale all'evasione fiscale internazionale. Nei fatti era solo il tentativo delle classi dominanti di tamponare l'insofferenza delle opinioni pubbliche di fronte alla grande crisi capitalistica mondiale e agli immani sacrifici sociali imposti alle masse lavoratrici.

La prova - se ve ne era bisogno - arriva sette anni dopo. I "Panama papers" sono una vera cartina di tornasole della realtà del capitalismo mondiale. L'affresco fornito dall'indagine giornalistica e dai suoi hackers è davvero impressionante. Non si tratta di una somma, per quanto estesa, di evasori illustri di ogni paese e continente. Si tratta del disvelamento del sistema organico di ladrocinio delle classi dominanti di tutto il mondo ai danni del mondo del lavoro e della maggioranza della società.

Le classi dominanti del mondo non si accontentano di incrementare ovunque lo sfruttamento del lavoro, con la progressiva riduzione della quota dei salari sul PIL a vantaggio del capitale. Non si accontentano di investire una parte sempre maggiore del bottino ricavato dallo sfruttamento nella roulette della rendita finanziaria. Non si accontentano di incassare una montagna crescente di risorse pubbliche, pagate dai lavoratori, a tutela dei propri profitti, grazie alla rapina sistematica su pensioni, sanità, istruzione, servizi sociali. Pretendono anche una progressiva riduzione del carico fiscale su grandi patrimoni, profitti e rendite. La riduzione delle tasse sul capitale è da tempo all'ordine del giorno in tutto il mondo, ed anzi rappresenta oggi una delle voci della concorrenza capitalistica tra i vari paesi per attrarre investimenti. Anche all'interno dell'Unione Europea. Ad esempio il famoso miracolo dello sviluppo irlandese è legato all'abbattimento della tassazione sui profitti al 12%, naturalmente pagato dal taglio delle prestazioni sociali. Si tratta di una pubblica gara di evasione fiscale all'insegna del massimo ribasso: una evasione fiscale non solo “legale” ma pubblicamente rivendicata ed elogiata ovunque dalla stampa benpensante delle “democrazie” capitalistiche, nel nome delle virtù consacrate della libera concorrenza e del mercato.

Ma per il capitale non è abbastanza. Accanto al sistema dell'evasione virtuosa e acclamata, prolifera il mondo sommerso dell'evasione sottaciuta e “biasimata”. Biasimata... ma praticata ordinariamente da chi la biasima. Questa è la sostanza dei Panama papers. Larga parte delle gigantesche ricchezze ricavate dallo sfruttamento del lavoro e dall'accumulazione finanziaria si sottraggono ad ogni forma di tassazione, per quanto ridotta, imboscandosi nei cosiddetti “paradisi fiscali”. Assieme alle fortune accumulate dalla criminalità del narcotraffico, delle mafie, del riciclaggio. Altro che distinzione tra capitale sano e capitale criminale! Le banche sono ovunque gli attori principali dell'operazione. Sia in funzione propria, sia al servizio dei propri facoltosi “clienti”. Presso la sola società panamense di Mossack Fonseca - che immatricola 214.488 società offshore - hanno operato e operano ben 365 gruppi bancari mondiali. E non piccole banche di sottobosco. Ma proprio le grandi banche di ogni paese, ovunque acclamate dal salotto buono della grande stampa (di cui non a caso sono spesso azioniste). Parliamo ad esempio della britannica HSBC, della svizzera UBS, ma anche della Société Générale francese, della immancabile Deutsche Bank, delle banche italiane Unicredit e Banca Intesa. Le stesse banche solitamente impegnate in ogni paese a reclamare sacrifici e tagli sociali sono state e sono il canale ordinario di occultamento al fisco delle fortune del capitale. Un ladrocinio nascosto che si aggiunge al ladrocinio legale. Ma anche la rivelazione del segreto di Pulcinella. I paradisi fiscali non sono affatto un luogo ignoto, finalmente “svelato”. Né lo sono le pratiche correnti che ad essi ricorrono. Al contrario. Accanto al pubblico fior fiore dei più rinomati studi legali, sponsorizzati dalle stesse banche, che sono dediti alla cura di tali “affari”, vi è una pletora infinita di società legali minori che prospera negli anfratti di questo mondo sommerso. È sufficiente farsi un giro su internet per capire che chiunque può aprirsi la propria società di comodo con poche centinaia di dollari. Chiunque può pubblicamente documentarsi su dove è più conveniente stabilirsi, su quale via è più consigliabile per “frodare lo Stato”. Il quale Stato sa e copre ovunque, da buon comitato d'affari della classe borghese. Salvo di tanto in tanto praticare qualche “condono” per incassare un piccolo ritorno delle cifre rubate, in cambio dell'assoluzione dei capitalisti ladri (le cosiddette voluntary disclosures). Questo a proposito del... “rigore della legge contro la criminalità” e di tutta l'ipocrisia “legge e ordine” (... contro i rom e i migranti) di cui si nutrono i giornali dei capitalisti.

La prova più clamorosa dell'ipocrisia borghese sui paradisi fiscali è tuttavia un'altra ed è sotto gli occhi di tutti. I più grandi paradisi fiscali oggi esistenti non sono affatto i luoghi esotici comunemente indicati come tali dalle ufficiali agenzie delle entrate (peraltro oltre 50). Sono i luoghi che nessun grande stato borghese può pubblicamente indicare per evidenti ragioni di diplomazia, di imbarazzo, di reciproca complicità: perché sono all'interno della comunità imperialista, la cosiddetta comunità internazionale. La Gran Bretagna è il più grande paradiso fiscale d'Europa, con una specifica legislazione di tutela degli evasori (i trust). Le Isole Vergini Britanniche sono non a caso una sua appendice. Lo stesso vale per l'Olanda. Lo stesso vale per gli Stati Uniti d'America che il Tax Justice network indica al terzo posto nel mondo, dietro Svizzera e Hong Kong, nella nuova graduatoria dei paradisi fiscali: in molti stati americani è diventato legale creare trust che coprono i nomi dei beneficiari, a partire dal Sud Dakota. Del resto le grandi aziende Usa hanno parcheggiato su conti offshore 2.400 miliardi. Dunque che credibilità potranno mai avere i ciclici convegni e solenni proponimenti dei governi borghesi e della diplomazia mondiale contro l'evasione fiscale? Sono solo parole per allocchi con cui bandire cerimonie elettorali. Una truffa che si aggiunge alla truffa.

Ma non è finita. Ai cultori di scuola stalinista orfani del campismo e per questo solitamente pronti ad esaltare il "ruolo progressivo" della Russia e della Cina in ogni parte del mondo, quale contraltare all'Occidente, diamo volentieri una cattiva notizia: capitalismo russo e capitalismo cinese escono denudati dalle carte dei Panama papers non meno dei capitalismi occidentali. Le ridicole accuse di Putin alla CIA non riescono a mascherare l'evasione fiscale dei grandi oligarchi e dei capitalisti più vicini al Cremlino che evidentemente sapevano bene dove imboscare il grande bottino ventennale della rapina effettuata con la restaurazione capitalistica in URSS. (Come lo sapeva il capitalista Poroshenko, oggi a capo della reazione ucraina, anch'egli cliente al pari di Putin della società panamense). Né il silenzio glaciale di Pechino può nascondere la criminalità fiscale della nuova grande borghesia cinese: dei maggiori papaveri di apparato e delle loro cerchie familiari, ormai proprietarie private di immense ricchezze immobiliari e finanziarie da lasciare agli eredi; come dei grandi gruppi industriali cinesi che scorazzano sul mercato mondiale e che quindi coltivano assieme ai rivali la pratica capitalistica del furto fiscale. Il fatto che il capo del Partito...”Comunista” cinese sia impegnato nella solenne “campagna contro la corruzione”, mentre i suoi parenti più stretti imboscano le proprie (sontuose) ricchezze a Hong Kong, a Panama, a Dubai, misura una volta di più la perfetta omologazione della Cina capitalista al resto del capitalismo mondiale e alla sua sconfinata ipocrisia. Sarebbero questi... gli alleati dei lavoratori europei o dei popoli oppressi?

Il marxismo rivoluzionario e il suo programma escono confermati dalle carte di Panama. Come scriveva Marx, «il capitalismo è corruzione permanente». Lo “scandalo” non sta in questo o quell'altro episodio rivelato. Lo scandalo è la società borghese, fondata sullo sfruttamento e sulla truffa: una associazione a delinquere che solo una rivoluzione potrà spazzare via. Per questo l'alleanza internazionale dei lavoratori attorno a un progetto rivoluzionario, al di là di ogni divisione di frontiera, è l'unica vera risposta alla criminalità internazionale del capitalismo.
Partito Comunista dei Lavoratori

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martedì 12 aprile 2016

L'unica vera associazione a delinquere si chiama capitalismo!

Corteo contro la repressione poliziesca e giudiziaria a Firenze: PCL presente!

10 Aprile 2016
L'unica vera associazione a delinquere si chiama Capitalismo, perché si basa sulla delinquenza sociale del profitto, si basa sullo sfruttamento, si basa sul saccheggio dell'ambiente, sulla deportazione dei migranti, sulla corruzione dei petrolieri e sulle guerre per il petrolio.


Ferrando
9

Riportiamo il video dell'intervento di Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL, al corteo di ieri contro la repressione giudiziaria e la maxi-denuncia a 86 compagni del movimento fiorentino, tra cui un militante del PCL.
Di seguito, il comunicato della sezione di Firenze relativo a questa giornata di lotta.


Tremila persona in corteo al fianco degli 86 imputati del maxi processo fiorentino

"L'unica vera associazione a delinquere si chiama Capitalismo, perché si basa sulla delinquenza sociale del profitto, si basa sullo sfruttamento, si basa sul saccheggio dell'ambiente, sulla deportazione dei migranti, sulla corruzione dei petrolieri e sulle guerre per il petrolio"
Iniziamo con le parole del compagno Marco Ferrando pronunciate nel suo intervento durante la manifestazione di sabato 9 aprile a Firenze e che sintetizzano la giornata di lotta.
Una manifestazione numerosa, combattiva come non si vedeva da tempo in città. Studenti, lavoratori, giovani e meno giovani, migranti e italiani uniti nel sostenere gli 86 compagni accusati di aver lottato in città per difendere i diritti degli sfruttati, per difendere la scuola pubblica, per battersi contro il fascismo.
Una montatura colossale, un attacco frontale contro le lotte con il chiaro obiettivo di intimidire le avanguardie e di isolarle dal movimento di massa. Il corteo di oggi dimostra che questo tentativo è miseramente fallito, migliaia di persone in piazza, una campagna che in due mesi ha visto la solidarietà di una marea di persone che con ogni mezzo disponibile hanno dimostrato la loro solidarietà agli imputati.
La solidarietà è la migliore arma che abbiamo a disposizione, se colpiscono uno colpiscono tutti, questo è stato lo slogan di tanti striscioni e di tanti slogan urlati per le vie del centro di Firenze fino ad arrivare sotto le stanze del potere cittadino in piazza Signoria.
Una piazza blindata da decine di agenti di polizia e di blindati a dimostrare la distanza abissale tra le istituzioni e chi si batte per la difesa degli interessi degli sfruttati. La manifestazione di sabato 9 non è che l'inizio di un percorso che deve terminare con la vittoria degli 86 compagni e compagne imputati.
LIBERI TUTTI, LIBERE TUTTE

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Firenze

sabato 2 aprile 2016

IL 17 Aprile: un SÌ per fermare il Governo Renzi in difesa dell’ ambiente e contro le multinazionali.



30 Marzo 2016


Horizon Deep Water
Il prossimo 17 aprile per il referendum nazionale sulle trivellazioni petrolifere, il PCL si schiera a favore del SÌ. La nostra posizione è nettamente contraria alle conseguenze dei decreti SBLOCCA ITALIA del Governo Renzi e vuole essere un momento di lotta non solo ambientalista ma anche contro gli interessi disastrosi di Confindustria delle multinazionali dell’energia. E’ in atto apertamente il tentativo da parte del governo di far fallire il referendum dando l’ indicazione di astensione. E’ presente ancora il ricordo della vittoria del referendum nel 2011 a favore della difesa dell’ acqua pubblica.

Il vero scoglio è il raggiungimento del quorum. Il 17 aprile siamo tutti chiamati a livello nazionale ad esprimerci. Il quorum necessario a rendere validi i referendum è del 50% più uno degli aventi diritto. Renzi sa benissimo come in precedenza per altri referendum su questioni che coinvolgono diritti dei cittadini su questioni ambientali come quello per la privatizzazione dell’acqua o quello contro il nucleare ad uso civile, che ha fortissime probabilità di sconfitta, se si raggiungerà il quorum. Con un colpo di mano, quindi, ha imposto la data del referendum ad aprile piuttosto che inserirlo nella data più logica delle elezioni amministrative.

Il PCL sostiene con le proprie posizioni anticapitaliste le iniziative del Comitato nazionale “Vota SÌ' il prossimo 17 aprile per il referendum nazionale sulle trivellazioni petrolifere, il PCL si schiera a favore del SÌ. La nostra posizione è nettamente contraria alle conseguenze dei decreti SBLOCCA ITALIA del Governo Renzi e vuole essere un momento di lotta non solo ambientalista ma anche contro gli interessi disastrosi di Confindustria delle multinazionali dell’energia. E’ in atto apertamente il tentativo da parte del governo di far fallire il referendum dando l’ indicazione di astensione. E’ presente ancora il ricordo della vittoria del referendum nel 2011 a favore della difesa dell’ acqua pubblica.

Il vero scoglio è il raggiungimento del quorum. Il 17 aprile siamo tutti chiamati a livello nazionale ad esprimerci. Il quorum necessario a rendere validi i referendum è del 50% più uno degli aventi diritto. Renzi sa benissimo come in precedenza per altri referendum su questioni che coinvolgono diritti dei cittadini su questioni ambientali come quello per la privatizzazione dell’acqua o quello contro il nucleare ad uso civile, che ha fortissime probabilità di sconfitta, se si raggiungerà il quorum. Con un colpo di mano, quindi, ha imposto la data del referendum ad aprile piuttosto che inserirlo nella data più logica delle elezioni amministrative.

Il PCL sostiene con le proprie posizioni anticapitaliste le iniziative del Comitato nazionale “Vota SI’ per fermare le trivelle” per un SÌ contro il governo, Confindustria e gli interessi delle multinazionali.

IL 17 APRILE FERMIAMO GLI ORRORI DEL CAPITALISMO.

ESPRIMIAMO UN SÌ AL REFERENDUM PER FERMARE LE TRIVELLAZIONI PETROLIFERE e un SÌ contro il governo, Confindustria e gli interessi delle multinazionali.

Partito Comunista dei Lavoratori