Blog della sezione di Massa Carrara del Partito Comunista dei Lavoratori
Per informazioni e/o contatti scrivere a: pclms@tiscali.it
lunedì 21 luglio 2014
IL 28 GIUGNO TUTTI A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI CLASSE CONTRO IL GOVERNO RENZI CONTRO L'UNIONE EUROPEA DEI CAPITALISTI
16 Giugno 2014
Per il 28 Giugno, a Roma , un fronte unitario di forze politiche e sindacali della sinistra di ispirazione classista ( PCL, PDCI, PRC, Rossa, “Il Sindacato è un'altra cosa-Cgil”, USB...) ha indetto una manifestazione nazionale contro il governo Renzi e le politiche di austerità italiane ed europee, a difesa del lavoro.
La manifestazione segnerà l'avvio del Controsemestre europeo operaio e popolare, a fronte del semestre di Presidenza italiana della UE. Un semestre che vedrà l'Italia in prima fila nella contrattazione e gestione delle politiche di austerità sospinte dal capitale finanziario europeo, contro i lavoratori, i precari, i disoccupati. Un semestre che vedrà impegnati Renzi e il suo governo a recitare la parte pubblica dei “riformatori” delle politiche di austerità in Europa al solo fine di consentirne la continuità in Italia con un mascheramento populista e truffaldino (v. le 80 Euro.. a carico di chi le riceve).
Il governo Renzi non è la semplice continuità dei governi precedenti, ma il tentativo di risolvere la lunga paralisi politico istituzionale della borghesia italiana in direzione di uno sbocco reazionario. La torsione “bonapartista” di Renzi, il suo rivolgersi direttamente al “popolo” scavalcando i corpi intermedi, la sua recita di generoso elemosiniere sociale, il suo presentarsi come uomo della “resurrezione dell'Italia nel mondo”, sono la cifra di un populismo di governo che cerca il consenso del “popolo” per governare contro il popolo, ed in particolare contro i lavoratori: sul piano sociale, a partire dall'impatto devastante del decreto Poletti , con l'infamia di contratti a termine senza limiti e tutele. Sul piano politico e istituzionale, con il progetto di un'abnorme legge elettorale truffa e del pieno controllo dell'esecutivo, e di Renzi stesso, sul Parlamento.
La manifestazione del 28 Giugno è innanzitutto pertanto una manifestazione contro il governo, le sue misure, i suoi progetti. E contro la latitanza e/o complicità col governo delle direzioni del movimento operaio italiano ( in primis della CGIL): che negli anni, col tradimento dei lavoratori, hanno spianato la strada al populismo anti operaio sia di governo( Renzi) che di opposizione (Grillo), e che per di più oggi subiscono contemporaneamente, senza reagire, l'aggressione al lavoro e la propria stessa umiliazione e marginalizzazione.
Il PCL sarà presente in forma organizzata alla manifestazione unitaria del 28 Giugno, portandovi attivamente le proprie parole d'ordine e proposte coerentemente anticapitaliste:
La centralità della classe operaia come polo di ricomposizione del blocco sociale alternativo.
La necessità di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, a partire dalla rivendicazione della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, della cancellazione del decreto Poletti e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di un salario garantito di almeno 1200 euro netti per i disoccupati che cercano lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione.
La necessità di una svolta unitaria e radicale del movimento operaio e dei diversi movimenti sul terreno delle forme di lotta di massa, al fine di immettere sul campo la forza materiale di milioni di salariati e di tutti gli sfruttati.
La necessità di ricondurre l'opposizione al governo Renzi e le battaglie quotidiane di resistenza sociale alla prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, quale unica vera alternativa.
La necessità di ricondurre l'opposizione di classe in Italia alle lotte del movimento operaio in Europa , nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti del vecchio continente. Contro le illusioni di un'”Europa sociale” capitalistica, e contro le mitologie “sovraniste” comunque declinate. Perchè in Italia e in tutta Europa l'alternativa non è fra le monete ma tra le classi; non è tra euro e monete nazionali, ma tra capitale e lavoro.
_________________________
CONCENTRAMENTO PIAZZA DELLA REPUBBLICA, ORE 14,00
La manifestazione segnerà l'avvio del Controsemestre europeo operaio e popolare, a fronte del semestre di Presidenza italiana della UE. Un semestre che vedrà l'Italia in prima fila nella contrattazione e gestione delle politiche di austerità sospinte dal capitale finanziario europeo, contro i lavoratori, i precari, i disoccupati. Un semestre che vedrà impegnati Renzi e il suo governo a recitare la parte pubblica dei “riformatori” delle politiche di austerità in Europa al solo fine di consentirne la continuità in Italia con un mascheramento populista e truffaldino (v. le 80 Euro.. a carico di chi le riceve).
Il governo Renzi non è la semplice continuità dei governi precedenti, ma il tentativo di risolvere la lunga paralisi politico istituzionale della borghesia italiana in direzione di uno sbocco reazionario. La torsione “bonapartista” di Renzi, il suo rivolgersi direttamente al “popolo” scavalcando i corpi intermedi, la sua recita di generoso elemosiniere sociale, il suo presentarsi come uomo della “resurrezione dell'Italia nel mondo”, sono la cifra di un populismo di governo che cerca il consenso del “popolo” per governare contro il popolo, ed in particolare contro i lavoratori: sul piano sociale, a partire dall'impatto devastante del decreto Poletti , con l'infamia di contratti a termine senza limiti e tutele. Sul piano politico e istituzionale, con il progetto di un'abnorme legge elettorale truffa e del pieno controllo dell'esecutivo, e di Renzi stesso, sul Parlamento.
La manifestazione del 28 Giugno è innanzitutto pertanto una manifestazione contro il governo, le sue misure, i suoi progetti. E contro la latitanza e/o complicità col governo delle direzioni del movimento operaio italiano ( in primis della CGIL): che negli anni, col tradimento dei lavoratori, hanno spianato la strada al populismo anti operaio sia di governo( Renzi) che di opposizione (Grillo), e che per di più oggi subiscono contemporaneamente, senza reagire, l'aggressione al lavoro e la propria stessa umiliazione e marginalizzazione.
Il PCL sarà presente in forma organizzata alla manifestazione unitaria del 28 Giugno, portandovi attivamente le proprie parole d'ordine e proposte coerentemente anticapitaliste:
La centralità della classe operaia come polo di ricomposizione del blocco sociale alternativo.
La necessità di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, a partire dalla rivendicazione della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga, della cancellazione del decreto Poletti e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di un salario garantito di almeno 1200 euro netti per i disoccupati che cercano lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione.
La necessità di una svolta unitaria e radicale del movimento operaio e dei diversi movimenti sul terreno delle forme di lotta di massa, al fine di immettere sul campo la forza materiale di milioni di salariati e di tutti gli sfruttati.
La necessità di ricondurre l'opposizione al governo Renzi e le battaglie quotidiane di resistenza sociale alla prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, quale unica vera alternativa.
La necessità di ricondurre l'opposizione di classe in Italia alle lotte del movimento operaio in Europa , nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti del vecchio continente. Contro le illusioni di un'”Europa sociale” capitalistica, e contro le mitologie “sovraniste” comunque declinate. Perchè in Italia e in tutta Europa l'alternativa non è fra le monete ma tra le classi; non è tra euro e monete nazionali, ma tra capitale e lavoro.
_________________________
CONCENTRAMENTO PIAZZA DELLA REPUBBLICA, ORE 14,00
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
CONDIVIDI
giovedì 12 giugno 2014
LIVORNO: L' EVOLUZIONE DELL' ATTUALE CONFUSIONE A SINISTRA
9 Giugno 2014
Il PCL nazionale e provinciale
sulle elezioni di Livorno
sulle elezioni di Livorno
Livorno: l' evoluzione dell' attuale confusione a sinistra
Livorno ha un nuovo sindaco: Filippo Nogarin del Movimento Cinque Stelle. Una vittoria conseguita con 36.000 voti su 137.000 iscritti nelle liste elettorali. ( circa il 26% dei livornesi con diritto di voto ). Un voto che tutti i media hanno definito storico per il passaggio del PD all’ opposizione. Un partito confindustriale con sintonie massoniche, arrogante contro il mondo del lavoro e contro il territorio. Disoccupazione,emergenza casa, inquinamento e speculazione infatti hanno accompagnato le precedenti amministrazioni DS e PD. In una situazione di fortissima crisi del movimento operaio e delle sue espressioni, nel vuoto di una bassissima coscienza di classe, i lavoratori livornesi non sono andati a votare oppure si sono affidati al miraggio della “svolta” di un nuovo sindaco a 5 stelle. Che sia un miraggio lo dimostrano le analisi e un programma mascherato da priorità ambientali, ma rivolto essenzialmente verso le esigenze della piccola media borghesia in funzione antioperaia. Basterebbe ricordare il discorso a favore del reddito e contro il lavoro sbandierato a Piombino di fronte agli operai della Lucchini da parte di Beppe Grillo. Quello che maggiormente è sconcertante è la ricaduta della sinistra così detta alternativa o antagonista verso il candidato del Mov.5Stelle. Un passaggio con dei risvolti nazionali all’ interno della confusione generata dentro la lista Tsipras che si è dichirata disponibile ad unità di intenti con il M5s. Uno scivolone palesemente opportunista che rasenta il grottesco quando è nello stesso piano di azione di destre estreme, candidati renziani, esponenti padronali più o meno reazionari. Invece di organizzare un movimento di classe, di lotta e di massa contro il potere del PD ci si affida alla mera speranza di una lista reazionaria e anticomunista. Il nuovo sindaco si definisce, come spesso dichiara, uomo che arriva dalla sinistra che “grillizzerà” tutta Livorno. I marxisti rivoluzionari del PCL non si faranno certamente “grillizzare” da questo momentaneo successo di una lista dai chiari interessi della borghesia. Contrasteremo anche l’ opportunismo di quelle forze di sinistra che hanno cambiato la realtà delle lotte per un falso e veloce successo immediato applicando noi per primi gli insegnamenti di Lenin:
“Sappiamo che: Determinare la propria condotta caso per caso: adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l'evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali a un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista.”
PCL SEZIONE PROVINCIALE DI LIVORNO
_____________________________________________________
COMUNICATO NAZIONALE PCL SULLE ELEZIONI LIVORNESI
A LIVORNO LA SINISTRA HA PERSO NON IL SINDACO ...MA LA TESTA
Il PD paga a Livorno il ruolo di padre padrone, nell'intreccio con i poteri forti della città contro i lavoratori. La sua sconfitta non è ragione né di sorpresa nè di scandalo. E' invece ragione di scandalo il fatto che la sinistra abbia sostenuto al ballottaggio il candidato a 5 Stelle , e oggi saluti la sua vittoria come propria vittoria. E' tanto più umiliante se tutto questo avviene a Livorno, patria fondativa del Partito Comunista rivoluzionario di Gramsci e Bordiga.
A differenza di SEL e PRC siamo ovunque e da sempre alternativi al PD, ne denunciamo da sempre la natura borghese, ci opponiamo coerentemente alle sue politiche nazionali e locali, rifiutando ogni compromissione ministeriale o assessorile . Anche a Livorno, come ovunque possibile, il PCL è stato presente con una propria lista e un proprio candidato sindaco in contrapposizione al PD e al centrosinistra.
Ma non si può contrastare il PD da sinistra sostenendo il grillismo, amico di Farage. L'M5S è un movimento reazionario, che persegue una Repubblica plebiscitaria e l'abolizione di ogni partito e sindacato. Il fatto che questo movimento capitalizzi parte del popolo di sinistra, è una ragione di allarme in più, non in meno. Il fatto che gruppi dirigenti di una sinistra che si vorrebbe “radicale” appoggino questo movimento reazionario “contro il PD”- salvo prendere assessori a braccetto col PD contro i lavoratori in tanta parte d'Italia- misura l'assenza totale di principi e una deriva senza ritorno.
Il PCL si opporrà alla giunta reazionaria grillina a Livorno come è all'opposizione delle giunte grilline a Parma e Ragusa. Tutte non a caso privatizzatrici e anti operaie.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Livorno ha un nuovo sindaco: Filippo Nogarin del Movimento Cinque Stelle. Una vittoria conseguita con 36.000 voti su 137.000 iscritti nelle liste elettorali. ( circa il 26% dei livornesi con diritto di voto ). Un voto che tutti i media hanno definito storico per il passaggio del PD all’ opposizione. Un partito confindustriale con sintonie massoniche, arrogante contro il mondo del lavoro e contro il territorio. Disoccupazione,emergenza casa, inquinamento e speculazione infatti hanno accompagnato le precedenti amministrazioni DS e PD. In una situazione di fortissima crisi del movimento operaio e delle sue espressioni, nel vuoto di una bassissima coscienza di classe, i lavoratori livornesi non sono andati a votare oppure si sono affidati al miraggio della “svolta” di un nuovo sindaco a 5 stelle. Che sia un miraggio lo dimostrano le analisi e un programma mascherato da priorità ambientali, ma rivolto essenzialmente verso le esigenze della piccola media borghesia in funzione antioperaia. Basterebbe ricordare il discorso a favore del reddito e contro il lavoro sbandierato a Piombino di fronte agli operai della Lucchini da parte di Beppe Grillo. Quello che maggiormente è sconcertante è la ricaduta della sinistra così detta alternativa o antagonista verso il candidato del Mov.5Stelle. Un passaggio con dei risvolti nazionali all’ interno della confusione generata dentro la lista Tsipras che si è dichirata disponibile ad unità di intenti con il M5s. Uno scivolone palesemente opportunista che rasenta il grottesco quando è nello stesso piano di azione di destre estreme, candidati renziani, esponenti padronali più o meno reazionari. Invece di organizzare un movimento di classe, di lotta e di massa contro il potere del PD ci si affida alla mera speranza di una lista reazionaria e anticomunista. Il nuovo sindaco si definisce, come spesso dichiara, uomo che arriva dalla sinistra che “grillizzerà” tutta Livorno. I marxisti rivoluzionari del PCL non si faranno certamente “grillizzare” da questo momentaneo successo di una lista dai chiari interessi della borghesia. Contrasteremo anche l’ opportunismo di quelle forze di sinistra che hanno cambiato la realtà delle lotte per un falso e veloce successo immediato applicando noi per primi gli insegnamenti di Lenin:
“Sappiamo che: Determinare la propria condotta caso per caso: adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l'evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali a un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista.”
PCL SEZIONE PROVINCIALE DI LIVORNO
_____________________________________________________
COMUNICATO NAZIONALE PCL SULLE ELEZIONI LIVORNESI
A LIVORNO LA SINISTRA HA PERSO NON IL SINDACO ...MA LA TESTA
Il PD paga a Livorno il ruolo di padre padrone, nell'intreccio con i poteri forti della città contro i lavoratori. La sua sconfitta non è ragione né di sorpresa nè di scandalo. E' invece ragione di scandalo il fatto che la sinistra abbia sostenuto al ballottaggio il candidato a 5 Stelle , e oggi saluti la sua vittoria come propria vittoria. E' tanto più umiliante se tutto questo avviene a Livorno, patria fondativa del Partito Comunista rivoluzionario di Gramsci e Bordiga.
A differenza di SEL e PRC siamo ovunque e da sempre alternativi al PD, ne denunciamo da sempre la natura borghese, ci opponiamo coerentemente alle sue politiche nazionali e locali, rifiutando ogni compromissione ministeriale o assessorile . Anche a Livorno, come ovunque possibile, il PCL è stato presente con una propria lista e un proprio candidato sindaco in contrapposizione al PD e al centrosinistra.
Ma non si può contrastare il PD da sinistra sostenendo il grillismo, amico di Farage. L'M5S è un movimento reazionario, che persegue una Repubblica plebiscitaria e l'abolizione di ogni partito e sindacato. Il fatto che questo movimento capitalizzi parte del popolo di sinistra, è una ragione di allarme in più, non in meno. Il fatto che gruppi dirigenti di una sinistra che si vorrebbe “radicale” appoggino questo movimento reazionario “contro il PD”- salvo prendere assessori a braccetto col PD contro i lavoratori in tanta parte d'Italia- misura l'assenza totale di principi e una deriva senza ritorno.
Il PCL si opporrà alla giunta reazionaria grillina a Livorno come è all'opposizione delle giunte grilline a Parma e Ragusa. Tutte non a caso privatizzatrici e anti operaie.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI -
- Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione provinciale di Livorno
CONDIVIDI
domenica 4 maggio 2014
CONTRO LA REPRESSIONE DEL GOVERNO LIBERAL FASCISTA DI KIEV PER I DIRITTI NAZIONALI DELLA POPOLAZIONE RUSSOFONA PER L'AUTONOMIA DALL'IMPERIALISMO RUSSO CONTRO LA GUERRA PER UNA SOLUZIONE PROLETARIA E SOCIALISTA DELLA CRISI UCRAINA
MARCO FERRANDO
27 Aprile 2014
La
situazione ucraina è in pieno movimento.
Il governo liberal fascista di Kiev, sostenuto dagli imperialismi occidentali, ha avviato un'azione militare repressiva contro la mobilitazione di settori popolari russofoni dell'Est Ucraina. Impiegando allo scopo sia le truppe regolari, sia le milizie fasciste di “Settore Destro”, largamente inquadrate peraltro nella Guardia nazionale ucraina. L'obiettivo è di ripristinare l'”ordine pubblico” nell'Est recuperando il pieno controllo sulla parte economicamente centrale dell'Ucraina, e al tempo stesso vincolare i propri protettori internazionali imperialisti, a partire dagli USA, ad un sostegno politico militare sempre più diretto “contro la Russia”.
CONTRO L'AZIONE REPRESSIVA DI UN GOVERNO LIBERAL/FASCISTA
CONTRO GLI IMPERIALISMI D' OCCIDENTE CHE LO SOSTENGONO
A DIFESA DEI DIRITTI DELLA POPOLAZIONE RUSSOFONA.
Questa operazione repressiva va combattuta e respinta, incondizionatamente e senza riserve. In primo luogo perchè un suo successo comporterebbe la stabilizzazione di un regime politico reazionario, a danno degli interessi materiali e dei diritti democratici dell'intero proletariato ucraino. In secondo luogo perchè trascinerebbe con sé un rafforzamento del controllo imperialista occidentale sull'Ucraina, sia in termini economici ( coi sacrifici abnormi dettati da FMI e UE), sia in termini politico militari ( con l'espansione dell'influenza NATO). In terzo luogo perchè le popolazioni russofone hanno il diritto democratico di vedere riconosciute le proprie particolarità nazionali ( linguistiche e culturali) contro ogni pretesa del nazionalismo reazionario“grande ucraino”.
Dentro un confronto militare tra la repressione del governo liberal fascista di Kiev e l'autodifesa dei settori russofoni, i rivoluzionari non sono dunque neutrali o equidistanti. Si schierano contro la repressione, per la difesa dei diritti nazionali russofoni.
E' una posizione di principio e una necessità politica. Tanto più per le organizzazioni marxiste rivoluzionarie dell'occidente capitalista e imperialista, chiamate innanzitutto a battersi in prima fila contro i propri imperialismi : contro il loro interessato sostegno (pur fra le mille contraddizioni fra USA e UE e all'interno della stessa UE) al governo liberal fascista di Kiev, e contro l'ipocrisia della loro propaganda. Il sostegno occidentale a Kiev nel nome della “democrazia” e della “legalità internazionale”è una menzogna rivoltante, a fronte di un governo imposto da una rivolta reazionaria, fuori da ogni declamata “legalità democratica” borghese, e per di più intriso di presenze fasciste. Come rivoltante è la demagogia “anti russa” a difesa dei “confini nazionali” dell'Ucraina da parte di potenze imperialiste “democratiche” che non hanno esitato a intervenire nei Balcani, in Afghanistan, in Irak, per tutelare o imporre i propri interessi economici o politici, per tracciare e dettare confini e poteri di altri Stati, contro ogni principio di autodeterminazione . La denuncia di questa volgare propaganda imperialista e dei suoi veri obiettivi, è centrale sia nel proletariato ucraino, sia nel proletariato europeo e occidentale.
In questo quadro è importante la battaglia politica contro le posizioni di sostegno a Maidan da parte di alcuni gruppi o organizzazioni della sinistra, in Italia e nel mondo: giunti addirittura nel caso della LIT ( e del suo gruppo italiano del Pdac) a salutare come “rivoluzione” una rivolta reazionaria egemonizzata dai fascisti.
PER L'AUTONOMIA DAL NAZIONALISMO GRANDE RUSSO
Al tempo stesso , dentro questa convergenza pratica di lotta contro la repressione di Kiev e i suoi protettori occidentali, va contrastata ogni subordinazione politica delle popolazioni russofone al nazionalismo grande russo e all'imperialismo di Mosca. Questo è un punto importante di riflessione e caratterizzazione. Contro ogni semplificazione o impressionismo ideologico.
Nella mobilitazione del Donetsk e dell'Est Ucraina si muovono diversi attori e fattori.
Sicuramente è presente un elemento popolare reale, che mescola riferimenti nazionali, oggi dominanti , con preoccupazioni sociali legate alla crisi e ai sacrifici imposti o annunciati da Kiev. Ma non siamo in presenza, ad oggi, di un reale movimento di massa, né tanto meno di un movimento di classe dei lavoratori del Donbas anche lontanamente paragonabile a quello che si sviluppò in forma imponente nel giugno del 93 ( ben 400 miniere coinvolte in uno sciopero prolungato di massa, con la nascita di un comitato di sciopero..). Se un simile movimento irrompesse sulla scena- ciò che non è escluso- potrebbe cambiare la dinamica generale degli avvenimenti . Così oggi non è. Gli scioperi di 6 miniere in Aprile per rivendicazioni salariali e contro i licenziamenti sono un fatto importante perchè segna una potenzialità. Ma confondere questa preziosa potenzialità con la presenza in atto di un movimento proletario di lotta quale elemento caratterizzante della situazione del Donbas significherebbe confondere i propri desideri con la realtà. La mobilitazione del Donbas non è assimilabile alla dinamica della ribellione proletaria in Bosnia. Non solo per il diverso livello di coscienza e di rivendicazioni ( l'equilibrio tra istanze nazionali e sociali è esattamente inverso), ma per il diverso livello di mobilitazione di massa e di classe .
Ad oggi nel Donbas e nell'Est Ucraina l' iniziativa organizzata di precisi settori politico militari è largamente preponderante rispetto alla mobilitazione popolare. Non si tratta, come vuole la propaganda occidentale e di Kiev, di “agenti russi mascherati”. Ma neppure come vorrebbe un certo romanticismo ideologico di milizie “del popolo in rivolta”. Si tratta di un mosaico di forze politico militari nazionaliste, spesso segnate da un profilo reazionario , in cui il richiamo alla “grande guerra patriottica antifascista” si intreccia con la mitologia della “Grande Nazione Russa”, della sua missione “cristiana”, spesso segnata da richiami antisemiti e nazistoidi (con tanto di svastiche ,come nel caso del“ Movimento Euroasiano” ). Del resto il sostegno alla “grande Russia” di Putin da parte di forze fasciste europee ( come Forza Nuova in Italia) si nutre esattamente di questi riferimenti. Queste forze nazionaliste si sono inserite nel contrasto tra governo di Kiev e popolazioni russofone, hanno guadagnato sicuramente un consenso attivo in settori popolari, hanno sfruttato la crisi dello Stato ucraino post Maidan per conquistare posizioni militari, hanno puntato e puntano apertamente alla separazione dell'Est Ucraina e alla sua assimilazione alla Russia. La loro azione militare ( sequestri inclusi) punta esattamente a una precipitazione dello scontro con Kiev che costringa Mosca a intervenire militarmente e ad annettere l'Est ucraino.
LA REPUBBLICA DEL DONBAS E IL RUOLO DEGLI OLIGARCHI CAPITALISTI
La “Repubblica popolare del Donbas” non è dunque la reincarnazione, magari distorta, della Comune di Parigi. E neppure- come vorrebbero diverse celebrazioni staliniste- un “ritorno dell'URSS” in miniatura. E' la conquista di una postazione di potere di forze politico militari nazionaliste, nel loro fronteggiamento con Kiev, nella speranza di un intervento militare risolutivo di Putin. Le diverse bandiere ideologiche che la rivestono, tra loro spesso sovrapposte ( dalla “rinascita sovietica” alla mitologia panrussa ) coprono questa realtà.
Parallelamente i grandi oligarchi capitalisti dell'Est usano la mobilitazione dei settori nazionalisti e soprattutto l'avversione popolare russofona contro Kiev ( ben più ampia dell'adesione popolare alle milizie nazionaliste) come arma negoziale e di pressione sul governo centrale ucraino per strappare vantaggi economici , maggiori spazi di autonomia, un peso maggiore negli equilibri interni allo Stato. Non è un caso che i clan oligarco capitalisti del Donbas- grandi vincitori della partita delle privatizzazioni degli anni 90- siano stati il settore dominante della borghesia ucraina negli ultimi 20 anni, non solo in termini economici, ma anche in termini politici ( tutti i diversi capi di governo che si sono succeduti a Kiev venivano dai clan del Donbas, da Kucma a Tymosenko a Yanukovich). Nè è un caso che “il Partito delle regioni” di Yanukovich che reggeva il precedente regime avesse il proprio bacino elettorale nella popolazione dell'Est ucraino, e nella sua stessa classe operaia. Crollato il vecchio regime, i grandi capitalisti dell'Est ucraino ( da Akhmetov a Kolomoisky) giocano più che mai su tutti i tavoli. Al governo di Kiev si presentano come controllori dell'insofferenza della popolazione russofona a garanzia dell'unità nazionale. Alle popolazioni dell'Est, russofone e non, si presentano come loro garanti contro il governo di Kiev. A Mosca si presentano come possibili interlocutori e crocevia di una soluzione negoziale di reciproco interesse. Questi oligarchi cercano semplicemente tutte le vie possibili per mantenere il proprio controllo economico e politico sull'Est Ucraina. Disponibili ad ogni soluzione pur di continuare a sfruttare i “propri” operai, naturalmente...nel loro interesse.
Nel difendere incondizionatamente i diritti nazionali della popolazione russofona dell'Est ( come i diritti nazionali di tutte le minoranze a partire dai tartari in Crimea), non appoggiamo il “partito del Donbass” in nessuna delle sue espressioni politiche. Nè in quella oligarco capitalista, né in quella nazionalista separatista. Il diritto di autodeterminazione della Crimea era ed è incontestabile, per il carattere largamente maggioritario della popolazione russa e per la radice storica della sua cessione all'Ucraina come pacco postale da parte della burocrazia del Kremlino nel 1954. La separazione dell'Est ucraino e la sua integrazione nella Russia non ha invece giustificazione storica né politica: la popolazione russa non è maggioritaria in nessuna regione dell'Est ucraino ( ad eccezione della Crimea), l'intreccio fra le nazionalità è profondo, larga parte della stessa popolazione russofona, certo avversa al nuovo governo di Kiev, non sostiene l'opzione separatista dei circoli militanti nazionalisti ( secondo rilevamenti di fonti diverse, il 25% della popolazione del Donetsk vorrebbe il passaggio alla Russia, il 65% una maggiore autonomia all'interno dell'Ucraina unita). Una separazione dell'Est avrebbe una sola conseguenza: la divisione del proletariato ucraino , con una più vincolante subordinazione di entrambi i settori che lo compongono ai grandi oligarchi capitalisti, dell'Est e dell'Ovest. Gli uni sotto il blocco occidentale e il suo governo liberal fascista, gli altri sotto il nazionalismo reazionario grande russo e il regime bonapartista di Putin.
IL RUOLO IMPERIALISTA DELLA RUSSIA DI PUTIN
La lotta per l'indipendenza del proletariato ucraino dagli imperialismi occidentali, in contrapposizione al governo di Kiev, non può essere disgiunta da quella per la sua autonomia dall'imperialismo russo e dal regime di Putin. Per questo, così come siamo contro la repressione del governo liberal fascista di Kiev, siamo contro ogni intervento russo in Ucraina.
Il regime bonapartista di Putin non vuole oggi, in realtà, l'intervento militare in Ucraina. Vorrebbe una soluzione di compromesso con gli imperialismi occidentali. Una qualche forma istituzionale di Ucraina federale (naturalmente capitalista) che lasciasse mano libera alle regioni dell'Est nelle loro relazioni economiche internazionali. E dunque consentisse alla Russia una forte presenza in Ucraina, senza assimilazione diretta, scongiurando al tempo stesso ogni sua integrazione nella U.E. e tanto più nella Nato. Gli accordi di Ginevra, dal punto di vista russo, corrispondono a questo scopo. La stessa Russia che sostiene i circoli nazionalisti separatisti del Donbas, come arma negoziale con Kiev e con l'occidente, non avrebbe problema a scaricarli in 24 ore in cambio di una soluzione soddisfacente per i propri interessi imperialistici.
Ma la dinamica degli avvenimenti ha largamente travolto gli accordi di carta stipulati a Ginevra. Il governo di Kiev non può oggi accettare una soluzione politico istituzionale che lo privi di fatto di un controllo centralizzato sulle risorse economiche dell'Est; né può rompere, tanto più alla vigilia delle elezioni presidenziali, col sentimento nazionalista reazionario grande ucraino e il peso organizzato delle forze fasciste politico militari che lo sorreggono ( e che partecipano direttamente al governo come Svoboda, o lo fiancheggiano all'esterno come Settore destro). Da qui l'azione di repressione militare avviata contro l'Est. Da qui anche la possibile precipitazione di una guerra. Perchè il regime bonapartista di Putin non potrebbe subire passivamente una aperta repressione militare della popolazione russa di Ucraina, tanto più dopo essersi posto come garante della sua sicurezza sul versante interno e internazionale, se non rompendo drammaticamente col sentimento interno nazionalista grande russo su cui Putin si regge . Nè può consentire che uno schiacciamento dell'Est da parte di Kiev liberi la via ad una nuova espansione della Nato in Ucraina. Oltre a una certa soglia, contro la sua volontà, Putin potrebbe essere dunque costretto a un intervento militare dai propri interessi politici .
NO ALLA GUERRA
PUTIN, LENIN, E IL DISFATTISMO
Questo intervento non avrebbe nulla di progressivo. La Russia di Putin non ha niente a che vedere con la vecchia Unione Sovietica , che poteva esportare o in forma rivoluzionaria ( ai tempi di Lenin) o in forma burocratico militare ( ai tempi di Stalin) rapporti sociali storicamente progressivi. La Russia di Putin è un paese capitalista. Lo sviluppo dell'intreccio industrial finanziario, e il peso dell'esportazione di proprio capitale finanziario, ne fa un paese imperialista. La sua politica è una politica di potenza, che non si rassegna oltretutto a un ruolo regionale ma punta a partecipare da protagonista agli equilibri mondiali e alla spartizione delle zone d'influenza ( in Europa, in Asia, in Medio oriente). E che oggi punta strategicamente alla costruzione di una propria area d'influenza Euro Asiatica, grosso modo ricalcata sulla vecchia area d'influenza dell'URSS, come controbilanciamento dell'Unione Europea e della Nato.
L'intervento dell'imperialismo russo in Ucraina- richiesto dalla “Repubblica del Donbass”- avrebbe l'unico effetto di subordinare il proletariato dell'est ucraino agli interessi economici, militari, e geo/strategici di Mosca. A vantaggio del rafforzamento del regime bonapartista di Putin, del suo richiamo nazionalista sulla popolazione russa, della sua oppressione sul proletariato russo, della limitazione degli stessi diritti democratici delle opposizioni interne.
Il 22 Aprile Vladimir Putin ha messo peraltro le mani avanti contro ogni opposizione interna a un eventuale intervento militare , con parole molto significative:” Alcuni in Russia augurano la sconfitta del proprio Paese. E' la peggiore tradizione russa. E' la tradizione dei bolscevichi, che nella prima guerra mondiale, speravano nella sconfitta del proprio governo, del proprio Paese”. Putin ha ragione. Fu esattamente quella la politica di Lenin che spianò la strada alla rivoluzione russa, al rovesciamento dello Zar, alla conquista del potere dei Soviet. Fu quella politica del disfattismo rivoluzionario “ contro il proprio imperialismo” che gettò le basi dell'internazionale comunista. E che i bolscevichi inaugurarono- come ricorda Zinoviev- già nella guerra fra Russia e Giappone nel 1904.
Putin demonizza Lenin, perchè Lenin è la risposta proletaria a Putin. La ricostruzione di un movimento proletario indipendente in Russia ha bisogno di recuperare appieno una politica disfattista contro l'imperialismo russo (che oltretutto ai tempi di Putin è ben più forte, economicamente e militarmente, che al tempo degli Zar) .Viceversa, ogni subordinazione campista alla Russia di Putin; ogni adattamento, esplicito o implicito, ad una sorta di “russofilia” di estrazione ideologica staliniana ; ma anche, su un piano diverso, ogni rimozione della natura e della politica imperialistica della Russia odierna, sono o sarebbero ostacoli- più o meno grandi- ad uno sviluppo politico indipendente dell'avanguardia proletaria, nel Donbas , in Russia, sul piano internazionale.
PER UNA UCRAINA UNITA, INDIPENDENTE, SOCIALISTA
Solo lo sviluppo indipendente del movimento operaio può dare soluzione progressiva alla crisi ucraina. Con l'esproprio dell'oligarchia capitalista dell'ovest e dell'est e il controllo operaio sull'industria. Con l'esproprio delle banche ( in larga parte straniere, occidentali e russe) e la loro concentrazione in una unica banca pubblica sotto controllo popolare. Con l'annullamento dell'enorme debito pubblico dell'Ucraina verso le banche imperialiste occidentali e russe. Con la realizzazione di un governo dei consigli dei lavoratori, dell'Est e dell'ovest, basato sull'armamento del popolo e dunque sul disarmo di tutte le forze reazionarie, a partire dalle milizie fasciste. Con l'edificazione di una Ucraina unita e socialista rispettosa dei diritti di tutte le minoranze nazionali, anche nella forma di uno stato federale, nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. Solo questa soluzione può garantire l'indipendenza dell'Ucraina dalle pressioni imperialiste di diverso segno – occidentali e russe-che oggi si contendono la sua spartizione.
La subordinazione di ogni istanza sociale e democratica del proletariato all'interesse internazionale del movimento operaio è il cuore della politica marxista . Al tempo stesso la difesa dell'interesse internazionale del movimento operaio non è la riproduzione meccanica e uniforme, in ogni diverso contesto nazionale, delle stesse parole d'ordine; ma la capacità di ricondurre ogni diversa rivendicazione e articolazione di classe, ogni diversa rivendicazione democratica e nazionale- in rapporto alle diverse particolarità oggettive e soggettive di ogni situazione e alla sua dinamica- all'interesse superiore della rivoluzione socialista internazionale . Contro ogni subordinazione, diretta o indiretta, al nazionalismo borghese. Oggi la rivendicazione di una Ucraina unita e socialista, rispettosa dei diritti nazionali delle minoranze ( anche in forma federale), combina la contrapposizione agli imperialismi occidentali con l'opposizione all'imperialismo russo; la contrapposizione al nazionalismo reazionario ucraino e dunque al governo di Kiev, con l'opposizione al nazionalismo grande russo in tutte le sue espressioni e tradizioni. Come equilibrare tra loro i due aspetti dipende dalla dinamica concreta della situazione e della lotta di classe. Amputare o sacrificare l'uno o l'altro aspetto contraddirebbe la coerenza della politica rivoluzionaria.
Il governo liberal fascista di Kiev, sostenuto dagli imperialismi occidentali, ha avviato un'azione militare repressiva contro la mobilitazione di settori popolari russofoni dell'Est Ucraina. Impiegando allo scopo sia le truppe regolari, sia le milizie fasciste di “Settore Destro”, largamente inquadrate peraltro nella Guardia nazionale ucraina. L'obiettivo è di ripristinare l'”ordine pubblico” nell'Est recuperando il pieno controllo sulla parte economicamente centrale dell'Ucraina, e al tempo stesso vincolare i propri protettori internazionali imperialisti, a partire dagli USA, ad un sostegno politico militare sempre più diretto “contro la Russia”.
CONTRO L'AZIONE REPRESSIVA DI UN GOVERNO LIBERAL/FASCISTA
CONTRO GLI IMPERIALISMI D' OCCIDENTE CHE LO SOSTENGONO
A DIFESA DEI DIRITTI DELLA POPOLAZIONE RUSSOFONA.
Questa operazione repressiva va combattuta e respinta, incondizionatamente e senza riserve. In primo luogo perchè un suo successo comporterebbe la stabilizzazione di un regime politico reazionario, a danno degli interessi materiali e dei diritti democratici dell'intero proletariato ucraino. In secondo luogo perchè trascinerebbe con sé un rafforzamento del controllo imperialista occidentale sull'Ucraina, sia in termini economici ( coi sacrifici abnormi dettati da FMI e UE), sia in termini politico militari ( con l'espansione dell'influenza NATO). In terzo luogo perchè le popolazioni russofone hanno il diritto democratico di vedere riconosciute le proprie particolarità nazionali ( linguistiche e culturali) contro ogni pretesa del nazionalismo reazionario“grande ucraino”.
Dentro un confronto militare tra la repressione del governo liberal fascista di Kiev e l'autodifesa dei settori russofoni, i rivoluzionari non sono dunque neutrali o equidistanti. Si schierano contro la repressione, per la difesa dei diritti nazionali russofoni.
E' una posizione di principio e una necessità politica. Tanto più per le organizzazioni marxiste rivoluzionarie dell'occidente capitalista e imperialista, chiamate innanzitutto a battersi in prima fila contro i propri imperialismi : contro il loro interessato sostegno (pur fra le mille contraddizioni fra USA e UE e all'interno della stessa UE) al governo liberal fascista di Kiev, e contro l'ipocrisia della loro propaganda. Il sostegno occidentale a Kiev nel nome della “democrazia” e della “legalità internazionale”è una menzogna rivoltante, a fronte di un governo imposto da una rivolta reazionaria, fuori da ogni declamata “legalità democratica” borghese, e per di più intriso di presenze fasciste. Come rivoltante è la demagogia “anti russa” a difesa dei “confini nazionali” dell'Ucraina da parte di potenze imperialiste “democratiche” che non hanno esitato a intervenire nei Balcani, in Afghanistan, in Irak, per tutelare o imporre i propri interessi economici o politici, per tracciare e dettare confini e poteri di altri Stati, contro ogni principio di autodeterminazione . La denuncia di questa volgare propaganda imperialista e dei suoi veri obiettivi, è centrale sia nel proletariato ucraino, sia nel proletariato europeo e occidentale.
In questo quadro è importante la battaglia politica contro le posizioni di sostegno a Maidan da parte di alcuni gruppi o organizzazioni della sinistra, in Italia e nel mondo: giunti addirittura nel caso della LIT ( e del suo gruppo italiano del Pdac) a salutare come “rivoluzione” una rivolta reazionaria egemonizzata dai fascisti.
PER L'AUTONOMIA DAL NAZIONALISMO GRANDE RUSSO
Al tempo stesso , dentro questa convergenza pratica di lotta contro la repressione di Kiev e i suoi protettori occidentali, va contrastata ogni subordinazione politica delle popolazioni russofone al nazionalismo grande russo e all'imperialismo di Mosca. Questo è un punto importante di riflessione e caratterizzazione. Contro ogni semplificazione o impressionismo ideologico.
Nella mobilitazione del Donetsk e dell'Est Ucraina si muovono diversi attori e fattori.
Sicuramente è presente un elemento popolare reale, che mescola riferimenti nazionali, oggi dominanti , con preoccupazioni sociali legate alla crisi e ai sacrifici imposti o annunciati da Kiev. Ma non siamo in presenza, ad oggi, di un reale movimento di massa, né tanto meno di un movimento di classe dei lavoratori del Donbas anche lontanamente paragonabile a quello che si sviluppò in forma imponente nel giugno del 93 ( ben 400 miniere coinvolte in uno sciopero prolungato di massa, con la nascita di un comitato di sciopero..). Se un simile movimento irrompesse sulla scena- ciò che non è escluso- potrebbe cambiare la dinamica generale degli avvenimenti . Così oggi non è. Gli scioperi di 6 miniere in Aprile per rivendicazioni salariali e contro i licenziamenti sono un fatto importante perchè segna una potenzialità. Ma confondere questa preziosa potenzialità con la presenza in atto di un movimento proletario di lotta quale elemento caratterizzante della situazione del Donbas significherebbe confondere i propri desideri con la realtà. La mobilitazione del Donbas non è assimilabile alla dinamica della ribellione proletaria in Bosnia. Non solo per il diverso livello di coscienza e di rivendicazioni ( l'equilibrio tra istanze nazionali e sociali è esattamente inverso), ma per il diverso livello di mobilitazione di massa e di classe .
Ad oggi nel Donbas e nell'Est Ucraina l' iniziativa organizzata di precisi settori politico militari è largamente preponderante rispetto alla mobilitazione popolare. Non si tratta, come vuole la propaganda occidentale e di Kiev, di “agenti russi mascherati”. Ma neppure come vorrebbe un certo romanticismo ideologico di milizie “del popolo in rivolta”. Si tratta di un mosaico di forze politico militari nazionaliste, spesso segnate da un profilo reazionario , in cui il richiamo alla “grande guerra patriottica antifascista” si intreccia con la mitologia della “Grande Nazione Russa”, della sua missione “cristiana”, spesso segnata da richiami antisemiti e nazistoidi (con tanto di svastiche ,come nel caso del“ Movimento Euroasiano” ). Del resto il sostegno alla “grande Russia” di Putin da parte di forze fasciste europee ( come Forza Nuova in Italia) si nutre esattamente di questi riferimenti. Queste forze nazionaliste si sono inserite nel contrasto tra governo di Kiev e popolazioni russofone, hanno guadagnato sicuramente un consenso attivo in settori popolari, hanno sfruttato la crisi dello Stato ucraino post Maidan per conquistare posizioni militari, hanno puntato e puntano apertamente alla separazione dell'Est Ucraina e alla sua assimilazione alla Russia. La loro azione militare ( sequestri inclusi) punta esattamente a una precipitazione dello scontro con Kiev che costringa Mosca a intervenire militarmente e ad annettere l'Est ucraino.
LA REPUBBLICA DEL DONBAS E IL RUOLO DEGLI OLIGARCHI CAPITALISTI
La “Repubblica popolare del Donbas” non è dunque la reincarnazione, magari distorta, della Comune di Parigi. E neppure- come vorrebbero diverse celebrazioni staliniste- un “ritorno dell'URSS” in miniatura. E' la conquista di una postazione di potere di forze politico militari nazionaliste, nel loro fronteggiamento con Kiev, nella speranza di un intervento militare risolutivo di Putin. Le diverse bandiere ideologiche che la rivestono, tra loro spesso sovrapposte ( dalla “rinascita sovietica” alla mitologia panrussa ) coprono questa realtà.
Parallelamente i grandi oligarchi capitalisti dell'Est usano la mobilitazione dei settori nazionalisti e soprattutto l'avversione popolare russofona contro Kiev ( ben più ampia dell'adesione popolare alle milizie nazionaliste) come arma negoziale e di pressione sul governo centrale ucraino per strappare vantaggi economici , maggiori spazi di autonomia, un peso maggiore negli equilibri interni allo Stato. Non è un caso che i clan oligarco capitalisti del Donbas- grandi vincitori della partita delle privatizzazioni degli anni 90- siano stati il settore dominante della borghesia ucraina negli ultimi 20 anni, non solo in termini economici, ma anche in termini politici ( tutti i diversi capi di governo che si sono succeduti a Kiev venivano dai clan del Donbas, da Kucma a Tymosenko a Yanukovich). Nè è un caso che “il Partito delle regioni” di Yanukovich che reggeva il precedente regime avesse il proprio bacino elettorale nella popolazione dell'Est ucraino, e nella sua stessa classe operaia. Crollato il vecchio regime, i grandi capitalisti dell'Est ucraino ( da Akhmetov a Kolomoisky) giocano più che mai su tutti i tavoli. Al governo di Kiev si presentano come controllori dell'insofferenza della popolazione russofona a garanzia dell'unità nazionale. Alle popolazioni dell'Est, russofone e non, si presentano come loro garanti contro il governo di Kiev. A Mosca si presentano come possibili interlocutori e crocevia di una soluzione negoziale di reciproco interesse. Questi oligarchi cercano semplicemente tutte le vie possibili per mantenere il proprio controllo economico e politico sull'Est Ucraina. Disponibili ad ogni soluzione pur di continuare a sfruttare i “propri” operai, naturalmente...nel loro interesse.
Nel difendere incondizionatamente i diritti nazionali della popolazione russofona dell'Est ( come i diritti nazionali di tutte le minoranze a partire dai tartari in Crimea), non appoggiamo il “partito del Donbass” in nessuna delle sue espressioni politiche. Nè in quella oligarco capitalista, né in quella nazionalista separatista. Il diritto di autodeterminazione della Crimea era ed è incontestabile, per il carattere largamente maggioritario della popolazione russa e per la radice storica della sua cessione all'Ucraina come pacco postale da parte della burocrazia del Kremlino nel 1954. La separazione dell'Est ucraino e la sua integrazione nella Russia non ha invece giustificazione storica né politica: la popolazione russa non è maggioritaria in nessuna regione dell'Est ucraino ( ad eccezione della Crimea), l'intreccio fra le nazionalità è profondo, larga parte della stessa popolazione russofona, certo avversa al nuovo governo di Kiev, non sostiene l'opzione separatista dei circoli militanti nazionalisti ( secondo rilevamenti di fonti diverse, il 25% della popolazione del Donetsk vorrebbe il passaggio alla Russia, il 65% una maggiore autonomia all'interno dell'Ucraina unita). Una separazione dell'Est avrebbe una sola conseguenza: la divisione del proletariato ucraino , con una più vincolante subordinazione di entrambi i settori che lo compongono ai grandi oligarchi capitalisti, dell'Est e dell'Ovest. Gli uni sotto il blocco occidentale e il suo governo liberal fascista, gli altri sotto il nazionalismo reazionario grande russo e il regime bonapartista di Putin.
IL RUOLO IMPERIALISTA DELLA RUSSIA DI PUTIN
La lotta per l'indipendenza del proletariato ucraino dagli imperialismi occidentali, in contrapposizione al governo di Kiev, non può essere disgiunta da quella per la sua autonomia dall'imperialismo russo e dal regime di Putin. Per questo, così come siamo contro la repressione del governo liberal fascista di Kiev, siamo contro ogni intervento russo in Ucraina.
Il regime bonapartista di Putin non vuole oggi, in realtà, l'intervento militare in Ucraina. Vorrebbe una soluzione di compromesso con gli imperialismi occidentali. Una qualche forma istituzionale di Ucraina federale (naturalmente capitalista) che lasciasse mano libera alle regioni dell'Est nelle loro relazioni economiche internazionali. E dunque consentisse alla Russia una forte presenza in Ucraina, senza assimilazione diretta, scongiurando al tempo stesso ogni sua integrazione nella U.E. e tanto più nella Nato. Gli accordi di Ginevra, dal punto di vista russo, corrispondono a questo scopo. La stessa Russia che sostiene i circoli nazionalisti separatisti del Donbas, come arma negoziale con Kiev e con l'occidente, non avrebbe problema a scaricarli in 24 ore in cambio di una soluzione soddisfacente per i propri interessi imperialistici.
Ma la dinamica degli avvenimenti ha largamente travolto gli accordi di carta stipulati a Ginevra. Il governo di Kiev non può oggi accettare una soluzione politico istituzionale che lo privi di fatto di un controllo centralizzato sulle risorse economiche dell'Est; né può rompere, tanto più alla vigilia delle elezioni presidenziali, col sentimento nazionalista reazionario grande ucraino e il peso organizzato delle forze fasciste politico militari che lo sorreggono ( e che partecipano direttamente al governo come Svoboda, o lo fiancheggiano all'esterno come Settore destro). Da qui l'azione di repressione militare avviata contro l'Est. Da qui anche la possibile precipitazione di una guerra. Perchè il regime bonapartista di Putin non potrebbe subire passivamente una aperta repressione militare della popolazione russa di Ucraina, tanto più dopo essersi posto come garante della sua sicurezza sul versante interno e internazionale, se non rompendo drammaticamente col sentimento interno nazionalista grande russo su cui Putin si regge . Nè può consentire che uno schiacciamento dell'Est da parte di Kiev liberi la via ad una nuova espansione della Nato in Ucraina. Oltre a una certa soglia, contro la sua volontà, Putin potrebbe essere dunque costretto a un intervento militare dai propri interessi politici .
NO ALLA GUERRA
PUTIN, LENIN, E IL DISFATTISMO
Questo intervento non avrebbe nulla di progressivo. La Russia di Putin non ha niente a che vedere con la vecchia Unione Sovietica , che poteva esportare o in forma rivoluzionaria ( ai tempi di Lenin) o in forma burocratico militare ( ai tempi di Stalin) rapporti sociali storicamente progressivi. La Russia di Putin è un paese capitalista. Lo sviluppo dell'intreccio industrial finanziario, e il peso dell'esportazione di proprio capitale finanziario, ne fa un paese imperialista. La sua politica è una politica di potenza, che non si rassegna oltretutto a un ruolo regionale ma punta a partecipare da protagonista agli equilibri mondiali e alla spartizione delle zone d'influenza ( in Europa, in Asia, in Medio oriente). E che oggi punta strategicamente alla costruzione di una propria area d'influenza Euro Asiatica, grosso modo ricalcata sulla vecchia area d'influenza dell'URSS, come controbilanciamento dell'Unione Europea e della Nato.
L'intervento dell'imperialismo russo in Ucraina- richiesto dalla “Repubblica del Donbass”- avrebbe l'unico effetto di subordinare il proletariato dell'est ucraino agli interessi economici, militari, e geo/strategici di Mosca. A vantaggio del rafforzamento del regime bonapartista di Putin, del suo richiamo nazionalista sulla popolazione russa, della sua oppressione sul proletariato russo, della limitazione degli stessi diritti democratici delle opposizioni interne.
Il 22 Aprile Vladimir Putin ha messo peraltro le mani avanti contro ogni opposizione interna a un eventuale intervento militare , con parole molto significative:” Alcuni in Russia augurano la sconfitta del proprio Paese. E' la peggiore tradizione russa. E' la tradizione dei bolscevichi, che nella prima guerra mondiale, speravano nella sconfitta del proprio governo, del proprio Paese”. Putin ha ragione. Fu esattamente quella la politica di Lenin che spianò la strada alla rivoluzione russa, al rovesciamento dello Zar, alla conquista del potere dei Soviet. Fu quella politica del disfattismo rivoluzionario “ contro il proprio imperialismo” che gettò le basi dell'internazionale comunista. E che i bolscevichi inaugurarono- come ricorda Zinoviev- già nella guerra fra Russia e Giappone nel 1904.
Putin demonizza Lenin, perchè Lenin è la risposta proletaria a Putin. La ricostruzione di un movimento proletario indipendente in Russia ha bisogno di recuperare appieno una politica disfattista contro l'imperialismo russo (che oltretutto ai tempi di Putin è ben più forte, economicamente e militarmente, che al tempo degli Zar) .Viceversa, ogni subordinazione campista alla Russia di Putin; ogni adattamento, esplicito o implicito, ad una sorta di “russofilia” di estrazione ideologica staliniana ; ma anche, su un piano diverso, ogni rimozione della natura e della politica imperialistica della Russia odierna, sono o sarebbero ostacoli- più o meno grandi- ad uno sviluppo politico indipendente dell'avanguardia proletaria, nel Donbas , in Russia, sul piano internazionale.
PER UNA UCRAINA UNITA, INDIPENDENTE, SOCIALISTA
Solo lo sviluppo indipendente del movimento operaio può dare soluzione progressiva alla crisi ucraina. Con l'esproprio dell'oligarchia capitalista dell'ovest e dell'est e il controllo operaio sull'industria. Con l'esproprio delle banche ( in larga parte straniere, occidentali e russe) e la loro concentrazione in una unica banca pubblica sotto controllo popolare. Con l'annullamento dell'enorme debito pubblico dell'Ucraina verso le banche imperialiste occidentali e russe. Con la realizzazione di un governo dei consigli dei lavoratori, dell'Est e dell'ovest, basato sull'armamento del popolo e dunque sul disarmo di tutte le forze reazionarie, a partire dalle milizie fasciste. Con l'edificazione di una Ucraina unita e socialista rispettosa dei diritti di tutte le minoranze nazionali, anche nella forma di uno stato federale, nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. Solo questa soluzione può garantire l'indipendenza dell'Ucraina dalle pressioni imperialiste di diverso segno – occidentali e russe-che oggi si contendono la sua spartizione.
La subordinazione di ogni istanza sociale e democratica del proletariato all'interesse internazionale del movimento operaio è il cuore della politica marxista . Al tempo stesso la difesa dell'interesse internazionale del movimento operaio non è la riproduzione meccanica e uniforme, in ogni diverso contesto nazionale, delle stesse parole d'ordine; ma la capacità di ricondurre ogni diversa rivendicazione e articolazione di classe, ogni diversa rivendicazione democratica e nazionale- in rapporto alle diverse particolarità oggettive e soggettive di ogni situazione e alla sua dinamica- all'interesse superiore della rivoluzione socialista internazionale . Contro ogni subordinazione, diretta o indiretta, al nazionalismo borghese. Oggi la rivendicazione di una Ucraina unita e socialista, rispettosa dei diritti nazionali delle minoranze ( anche in forma federale), combina la contrapposizione agli imperialismi occidentali con l'opposizione all'imperialismo russo; la contrapposizione al nazionalismo reazionario ucraino e dunque al governo di Kiev, con l'opposizione al nazionalismo grande russo in tutte le sue espressioni e tradizioni. Come equilibrare tra loro i due aspetti dipende dalla dinamica concreta della situazione e della lotta di classe. Amputare o sacrificare l'uno o l'altro aspetto contraddirebbe la coerenza della politica rivoluzionaria.
MARCO FERRANDO
CONDIVIDI
lunedì 21 aprile 2014
Il 5x1000 per l'Archivio storico della nuova sinistra
Cari compagni e compagne, quest'anno invitiamo a donare il 5x1000, inserito nella dichiarazione dei redditi a:
ARCHIVIO STORICO DELLA NUOVA SINISTRA “MARCO PEZZI”
Il codice da inserire è 91309100377
L'archivio storico della sinistra rivoluzionaria, dedicato allo scomparso Marco Pezzi, già dirigente nazionale di Avanguardia Operaia e Democrazia Proletaria, svolge da oltre un ventennio la propria attività ed è diventato un punto di riferimento per la storia delle lotte e dei movimenti dagli anni '60 in poi.
Per chi volesse saperne di più è consultabile il sito:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/
ARCHIVIO STORICO DELLA NUOVA SINISTRA “MARCO PEZZI”
Il codice da inserire è 91309100377
L'archivio storico della sinistra rivoluzionaria, dedicato allo scomparso Marco Pezzi, già dirigente nazionale di Avanguardia Operaia e Democrazia Proletaria, svolge da oltre un ventennio la propria attività ed è diventato un punto di riferimento per la storia delle lotte e dei movimenti dagli anni '60 in poi.
Per chi volesse saperne di più è consultabile il sito:
http://www.comune.bologna.it/iperbole/asnsmp/
lunedì 7 aprile 2014
PRESENTATO IL SIMBOLO DEL PCL PER LE ELEZIONI EUROPEE
COMUNICATO STAMPA. Non sappiamo se riusciremo a saltare tutti gli ostacoli frapposti alla nostra partecipazione da una legge elettorale reazionaria.
7 Aprile 2014
Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) ha oggi depositato il proprio simbolo per le elezioni europee. Non avendo nulla da nascondere ai lavoratori, non dobbiamo nasconderci in liste civiche, come truppa di complemento di intellettuali liberal progressisti. Siamo comunisti, e ci presentiamo per quello che siamo. Non sappiamo se riusciremo a saltare tutti gli ostacoli frapposti alla nostra partecipazione da una legge elettorale reazionaria. Sappiamo che in ogni caso la campagna del PCL ci sarà e sarà indirizzata su due fronti: contro la truffa dell' Unione Europea e di una sua possibile “riforma sociale”, e contro la truffa parallela del ritorno alla lira. La vera alternativa non è tra euro e lira, ma tra capitale e lavoro. Non è se comanda Bruxelles o Roma, ma quale classe governa a Bruxelles come a Roma: i capitalisti o i lavoratori? Il capitalismo è società di sfruttamento sotto qualsiasi moneta, su scala nazionale ed europea. Solo la classe lavoratrice, espropriando capitalisti e banchieri, può rifondare su basi nuove la società del vecchio continente, nella prospettiva degli Stati Uniti Socialisti d'Europa. Porteremo in ogni caso questo programma rivoluzionario nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, ovunque vi sia sfruttamento, oppressione, discriminazione. Non dobbiamo accreditarci agli occhi di Renzi, o di Schulz, o di Spinelli. Dobbiamo indicare agli sfruttati l'unica possibile alternativa, sviluppando la loro coscienza di classe. Contro reazionari, liberali, ciarlatani.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATOR
domenica 23 marzo 2014
Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi a salvare i lavoratori
21 Marzo 2014
testo volantino nazionale PCL per l' attivo nazionale dei delegati FIOM del 21 Marzo
Non sarà la Concertazione con Matteo Renzi
a salvare i lavoratori
Compagni e compagne,
questa assemblea nazionale dei dirigenti FIOM a tutti i livelli si svolge in un momento drammatico per la CGIL e il movimento operaio nel suo complesso.
In particolare sul terreno della democrazia sindacale, l’accordo attuativo del 10 gennaio rappresenta l’istituzione di un modello totalmente antidemocratico, che istituzionalizza una sorta di “dittatura di maggioranza” burocratica, funzionale a bloccare le capacità di lotta dei lavoratori.
In riferimento a ciò non possiamo che salutare positivamente la scelta della maggioranza FIOM di contrapporsi alla consultazione-bidone prevista dalla maggioranza camussiana dei vertici CGIL. Tuttavia l’accordo del 10 gennaio non cade dal cielo, né si sviluppa nel vuoto e su questo è necessaria la massima chiarezza.
L’accordo attuativo del 10 gennaio è figlio di quello del 31 maggio 2013, che incredibilmente, i rappresentanti della maggioranza Fiom accettarono in direttivo nazionale CGIL, lasciando l’onere di denunciarne il carattere antidemocratico e di collaborazione di classe alla sola minoranza congressuale. Ci si può arrampicare sugli specchi e negare l’evidenza, ma basta guardare gli articoli 3, 4 e 7 del capitolo “Titolarità ed efficacia della Contrattazione” dell’accordo del 31 maggio per verificare che sono la base dei peggiori aspetti di quello del 10 gennaio.
Certo, le modalità applicative sono l’espressione peggiore possibile di quanto previsto allora, ma dato il carattere di quest’ultimo testo e il quadro generale della politica camussiana, sarebbe stato assurdo non prevederlo. Faremmo un insulto all’intelligenza di Landini e Rinaldini, pensando che ciò non fosse loro prevedibile. La realtà è che nella primavera dell’anno scorso si realizzava l’accordo senza principi del gruppo dirigente della Fiom e della vecchia area de “La CGIL che vogliamo” con Susanna Camusso, accordo che ha portato al testo “unitario” di maggioranza congressuale.
E’ quando è apparso evidente che Susanna Camusso non intendeva stabilire alcuno spazio di gestione comune della CGIL e della sua politica con Landini e i suoi compagni, che le contraddizioni sono esplose. Per quanto sia dunque positiva la attuale scelta della FIOM, per il suo gruppo dirigente essa non nasce dalla difesa degli interessi della classe, ma dal fallimento di un inciucio burocratico.
Questo appare ancora più chiaro se dall’ ambito sindacale passiamo al quadro generale.
Negli ultimi mesi tutti noi abbiamo visto con crescente sorpresa decine di interviste sulla stampa e dichiarazioni televisive in cui Landini lanciava segnali d’amorosi sensi a Matteo Renzi, essendone ricambiato. Questo si è espresso ufficialmente da parte della segreteria FIOM nella sua lettera programmatica al nuovo presidente del consiglio di due settimane fa. Al di là del contenuto modestamente riformista quella lettera costituiva all’evidenza una apertura di credito verso il nuovo governo. In altre parole il tentativo di costruire una ipotesi concertativa, in cui la lotta di classe non esiste o è solo un elemento d’appoggio.
Se la concertazione è da sempre il segno distintivo del riformismo e della collaborazione di classe, essa si esprime oggi verso un governo che, con caratteristiche nuove, intende continuare e approfondire l’attacco contro la classe operaia e gli altri strati sfruttati e oppressi della società.
L’imbroglio delle misure di mercoledì 12 lo dimostra chiaramente
Gli 80 euro in busta paga corrispondono all' aumento parallelo delle addizionali locali Irpef che il governo ha liberalizzato. Le coperture principali verranno dai tagli alla spesa pubblica, e quindi dalla spesa sociale ( contributo da pensioni, nuovi tagli alla sanità concordati coi governi regionali , riduzione dei trasferimenti alle ferrovie coperti da un nuovo aumento di tariffe e biglietti, eventuale compressione delle già miserabili pensioni di reversibilità..). Saranno dunque pagate dagli stessi “beneficiari” dell'aumento in busta. Altre coperture sono per lo più virtuali e potranno dunque tradursi in ulteriori tagli sostitutivi di spesa sociale. L'enorme massa dei pensionati poveri è totalmente ignorata dalla manovra sull'Irpef mentre pagherà i tagli sociali che la finanziano. I padroni incassano una nuova riduzione dell'Irap, a vantaggio dei loro profitti e a danno della sanità pubblica ( oggi coperta dall'Irap); e ottengono soprattutto, per decreto, la completa liberalizzazione dei contratti a termine e ulteriori vantaggi sull'apprendistato, quindi una nuova espansione di lavoro precario e ricattabile.
Il decreto del governo su contratti a termine e apprendistato non è solo un ordinario peggioramento della precarietà del lavoro: è la condanna definitiva di un intera generazione a un precariato permanente, privato di ogni residua tutela legale ,di ogni confine temporale, di ogni protezione dal licenziamento senza giusta causa. Questo è il fatto Un fatto che richiederebbe di alzare immediatamente un argine a difesa dei lavoratori e di milioni di giovani, organizzare finalmente una mobilitazione unificante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati attorno a un proprio programma indipendente: che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi di precarietà, il blocco dei licenziamenti, la ripartizione generale del lavoro, un grande piano di nuovo lavoro per opere sociali, finanziato dalla tassazione progressiva di grandi capitali e patrimoni. Senza un proprio programma di lotta , il movimento operaio è disarmato.
Ma per realizzare questa svolta di lotta, unitaria e radicale, occorre rompere con Renzi. Rimuovere complicità, equivoci , o subordinazioni al“vincitore”. Denunciare apertamente la valenza sociale di classe del suo programma e il significato reazionario del nuovo corso populista.
Certo, il dramma per la classe operaia è che essa si trova in un quasi completo vuoto di rappresentanza politica.
IL PD, da tempo partito compiutamente borghese e liberista è stato il motore (in alternanza con Berlusconi) dei peggiori attacchi sociali ai lavoratori e alle masse popolari. E’ stato il primo governo Prodi nel ’97 che ha istituzionalizzato la precarietà generale con il pacchetto Treu, aumentato le tasse ai poveri e ridotto quelle ai ricchi; e’ stato il secondo governo Prodi che ha realizzato la famosa “presa per il cuneo” nel 2007, regalando 7 miliardi di riduzione delle tasse a padroni e banchieri e un pugno di mosche ai lavoratori, mentre continuavano a tagliare ferocemente i servizi sociali.
Ma la sinistra sedicente radicale (Bertinotti , come i ministri Ferrero e Diliberto, il governatore Vendola e persino, nel 2007, il “critico” Turigliatto) ha appoggiato questi governi, votato queste schifezze, tradito totalmente i lavoratori.
Le parole di Vendola al rappresentante dell’industriale criminale Riva “siamo a disposizione”, indicano la natura reale di questi politici, che si presentano come alternativi, radicali o addirittura comunisti solo per prendere il sostegno e il voto dei lavoratori, e utilizzarli nel teatrino della politica borghese.
Su un piano diverso e con caratteristiche particolari non solo Susanna Camusso e il gruppo dirigente della CGIL, ma anche Landini e il gruppo dirigente della FIOM rientrano in questo quadro di collaborazione di classe.
Solo il Partito comunista dei Lavoratori, pur nelle sue modeste dimensioni, si è opposto coerentemente a tutto ciò, in nome degli interessi della classe operaia e nella prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.
Se da un lato, quindi, noi continuiamo a rivendicare, sulle questioni concrete, come la lotta contro l’accordo del 10 gennaio, la massima unità possibile; dall’altro chiamiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici , in particolare gli attivisti politici e sindacali , a rompere politicamente, dentro e fuori il sindacato, con i gruppi dirigenti fallimentari e collaborazionisti, per organizzarsi intorno ad un vero riferimento di classe, la minoranza classista della CGIL (cui, come saprete i militanti del PCL partecipano pienamente, anche con ruoli dirigenti) e, soprattutto, sul piano politico, il nostro partito.
E’ l’unica strada per uscire dal dramma pluridecennale delle sconfitte.
a salvare i lavoratori
Compagni e compagne,
questa assemblea nazionale dei dirigenti FIOM a tutti i livelli si svolge in un momento drammatico per la CGIL e il movimento operaio nel suo complesso.
In particolare sul terreno della democrazia sindacale, l’accordo attuativo del 10 gennaio rappresenta l’istituzione di un modello totalmente antidemocratico, che istituzionalizza una sorta di “dittatura di maggioranza” burocratica, funzionale a bloccare le capacità di lotta dei lavoratori.
In riferimento a ciò non possiamo che salutare positivamente la scelta della maggioranza FIOM di contrapporsi alla consultazione-bidone prevista dalla maggioranza camussiana dei vertici CGIL. Tuttavia l’accordo del 10 gennaio non cade dal cielo, né si sviluppa nel vuoto e su questo è necessaria la massima chiarezza.
L’accordo attuativo del 10 gennaio è figlio di quello del 31 maggio 2013, che incredibilmente, i rappresentanti della maggioranza Fiom accettarono in direttivo nazionale CGIL, lasciando l’onere di denunciarne il carattere antidemocratico e di collaborazione di classe alla sola minoranza congressuale. Ci si può arrampicare sugli specchi e negare l’evidenza, ma basta guardare gli articoli 3, 4 e 7 del capitolo “Titolarità ed efficacia della Contrattazione” dell’accordo del 31 maggio per verificare che sono la base dei peggiori aspetti di quello del 10 gennaio.
Certo, le modalità applicative sono l’espressione peggiore possibile di quanto previsto allora, ma dato il carattere di quest’ultimo testo e il quadro generale della politica camussiana, sarebbe stato assurdo non prevederlo. Faremmo un insulto all’intelligenza di Landini e Rinaldini, pensando che ciò non fosse loro prevedibile. La realtà è che nella primavera dell’anno scorso si realizzava l’accordo senza principi del gruppo dirigente della Fiom e della vecchia area de “La CGIL che vogliamo” con Susanna Camusso, accordo che ha portato al testo “unitario” di maggioranza congressuale.
E’ quando è apparso evidente che Susanna Camusso non intendeva stabilire alcuno spazio di gestione comune della CGIL e della sua politica con Landini e i suoi compagni, che le contraddizioni sono esplose. Per quanto sia dunque positiva la attuale scelta della FIOM, per il suo gruppo dirigente essa non nasce dalla difesa degli interessi della classe, ma dal fallimento di un inciucio burocratico.
Questo appare ancora più chiaro se dall’ ambito sindacale passiamo al quadro generale.
Negli ultimi mesi tutti noi abbiamo visto con crescente sorpresa decine di interviste sulla stampa e dichiarazioni televisive in cui Landini lanciava segnali d’amorosi sensi a Matteo Renzi, essendone ricambiato. Questo si è espresso ufficialmente da parte della segreteria FIOM nella sua lettera programmatica al nuovo presidente del consiglio di due settimane fa. Al di là del contenuto modestamente riformista quella lettera costituiva all’evidenza una apertura di credito verso il nuovo governo. In altre parole il tentativo di costruire una ipotesi concertativa, in cui la lotta di classe non esiste o è solo un elemento d’appoggio.
Se la concertazione è da sempre il segno distintivo del riformismo e della collaborazione di classe, essa si esprime oggi verso un governo che, con caratteristiche nuove, intende continuare e approfondire l’attacco contro la classe operaia e gli altri strati sfruttati e oppressi della società.
L’imbroglio delle misure di mercoledì 12 lo dimostra chiaramente
Gli 80 euro in busta paga corrispondono all' aumento parallelo delle addizionali locali Irpef che il governo ha liberalizzato. Le coperture principali verranno dai tagli alla spesa pubblica, e quindi dalla spesa sociale ( contributo da pensioni, nuovi tagli alla sanità concordati coi governi regionali , riduzione dei trasferimenti alle ferrovie coperti da un nuovo aumento di tariffe e biglietti, eventuale compressione delle già miserabili pensioni di reversibilità..). Saranno dunque pagate dagli stessi “beneficiari” dell'aumento in busta. Altre coperture sono per lo più virtuali e potranno dunque tradursi in ulteriori tagli sostitutivi di spesa sociale. L'enorme massa dei pensionati poveri è totalmente ignorata dalla manovra sull'Irpef mentre pagherà i tagli sociali che la finanziano. I padroni incassano una nuova riduzione dell'Irap, a vantaggio dei loro profitti e a danno della sanità pubblica ( oggi coperta dall'Irap); e ottengono soprattutto, per decreto, la completa liberalizzazione dei contratti a termine e ulteriori vantaggi sull'apprendistato, quindi una nuova espansione di lavoro precario e ricattabile.
Il decreto del governo su contratti a termine e apprendistato non è solo un ordinario peggioramento della precarietà del lavoro: è la condanna definitiva di un intera generazione a un precariato permanente, privato di ogni residua tutela legale ,di ogni confine temporale, di ogni protezione dal licenziamento senza giusta causa. Questo è il fatto Un fatto che richiederebbe di alzare immediatamente un argine a difesa dei lavoratori e di milioni di giovani, organizzare finalmente una mobilitazione unificante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati attorno a un proprio programma indipendente: che rivendichi la cancellazione di tutte le leggi di precarietà, il blocco dei licenziamenti, la ripartizione generale del lavoro, un grande piano di nuovo lavoro per opere sociali, finanziato dalla tassazione progressiva di grandi capitali e patrimoni. Senza un proprio programma di lotta , il movimento operaio è disarmato.
Ma per realizzare questa svolta di lotta, unitaria e radicale, occorre rompere con Renzi. Rimuovere complicità, equivoci , o subordinazioni al“vincitore”. Denunciare apertamente la valenza sociale di classe del suo programma e il significato reazionario del nuovo corso populista.
Certo, il dramma per la classe operaia è che essa si trova in un quasi completo vuoto di rappresentanza politica.
IL PD, da tempo partito compiutamente borghese e liberista è stato il motore (in alternanza con Berlusconi) dei peggiori attacchi sociali ai lavoratori e alle masse popolari. E’ stato il primo governo Prodi nel ’97 che ha istituzionalizzato la precarietà generale con il pacchetto Treu, aumentato le tasse ai poveri e ridotto quelle ai ricchi; e’ stato il secondo governo Prodi che ha realizzato la famosa “presa per il cuneo” nel 2007, regalando 7 miliardi di riduzione delle tasse a padroni e banchieri e un pugno di mosche ai lavoratori, mentre continuavano a tagliare ferocemente i servizi sociali.
Ma la sinistra sedicente radicale (Bertinotti , come i ministri Ferrero e Diliberto, il governatore Vendola e persino, nel 2007, il “critico” Turigliatto) ha appoggiato questi governi, votato queste schifezze, tradito totalmente i lavoratori.
Le parole di Vendola al rappresentante dell’industriale criminale Riva “siamo a disposizione”, indicano la natura reale di questi politici, che si presentano come alternativi, radicali o addirittura comunisti solo per prendere il sostegno e il voto dei lavoratori, e utilizzarli nel teatrino della politica borghese.
Su un piano diverso e con caratteristiche particolari non solo Susanna Camusso e il gruppo dirigente della CGIL, ma anche Landini e il gruppo dirigente della FIOM rientrano in questo quadro di collaborazione di classe.
Solo il Partito comunista dei Lavoratori, pur nelle sue modeste dimensioni, si è opposto coerentemente a tutto ciò, in nome degli interessi della classe operaia e nella prospettiva anticapitalista e rivoluzionaria.
Se da un lato, quindi, noi continuiamo a rivendicare, sulle questioni concrete, come la lotta contro l’accordo del 10 gennaio, la massima unità possibile; dall’altro chiamiamo tutti i lavoratori e le lavoratrici , in particolare gli attivisti politici e sindacali , a rompere politicamente, dentro e fuori il sindacato, con i gruppi dirigenti fallimentari e collaborazionisti, per organizzarsi intorno ad un vero riferimento di classe, la minoranza classista della CGIL (cui, come saprete i militanti del PCL partecipano pienamente, anche con ruoli dirigenti) e, soprattutto, sul piano politico, il nostro partito.
E’ l’unica strada per uscire dal dramma pluridecennale delle sconfitte.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
CONDIVIDI
Iscriviti a:
Post (Atom)