Blog della sezione di Massa Carrara del Partito Comunista dei Lavoratori

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domenica 21 agosto 2011


      UN MASSACRO CONSENTITO DALLA COMPLICITA' DELLE “OPPOSIZIONI”

      (13 Agosto 2011)


      Siamo di fronte alla più pesante manovra antipopolare del dopoguerra.

      L'ipocrita cortina fumogena di micromisure “anticasta”- che peraltro risparmiano totalmente i privilegi veri dei piani alti istituzionali- serve solo a mascherare il contenuto reale dell'operazione: la distruzione dei servizi sociali sul territorio, la svendita di ciò che rimane del patrimonio pubblico, gravissimi colpi su tredicesime ed età pensionabile, e soprattutto l'estensione per legge del modello Pomigliano-Mirafiori, sino alla “libera” derogabilità dello stesso articolo 18. Il tutto per soddisfare i banchieri ed ingraziarsi la Fiat.

      E' nel suo insieme un infamia sociale.

      Ma se il governo più screditato e traballante riesce a varare la rapina del secolo, lo si deve unicamente alla complicità delle “opposizioni”( PD,UDC,IDV). Che dopo aver consentito in tre giorni il varo della prima manovra, consentono oggi “responsabilmente” il suo raddoppio : coprendo dietro una rosa di “emendamenti” la rinuncia ad ogni ostruzionismo parlamentare. Berlusconi non a caso ringrazia: se non mette la fiducia sulla manovra è perchè ha più fiducia nelle “opposizioni” che nella sua maggioranza.

      A sinistra è l'ora delle scelte. Lo sciopero generale a settembre è la prima necessità. Ma deve essere uno sciopero generale vero, continuativo, capace di bloccare l'Italia, sino al ritiro della manovra. Dichiarazioni di dissenso e pure denunce non servono a nulla. Ad una offensiva mai vista prima deve corrispondere una risposta di massa straordinaria. Se la CGIL non convocherà uno sciopero vero per non rompere la vergognosa cordata con industriali , banchieri e PD, dovranno essere la FIOM, la sinistra CGIL e tutto il sindacalismo di base ad assumersi unitariamente la responsabilità di promuoverlo. Senza incertezze.

      L'ora dei minuetti è finita per tutti.
      PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

      sabato 20 agosto 2011

      Il PCL ha partecipato con un proprio spezzone alla manifestazione nazionale del 23 Luglio a Genova, a conclusione del decennale del G8. Abbiamo partecipato con una proposta di piena autonomia di tutti i movimenti da ogni scenario di “nuovo” centrosinistra. E dunque con una proposta di rottura con quelle “opposizioni” parlamentari che in questi giorni hanno consentito a Berlusconi la più pesante operazione di macelleria sociale degli ultimi 20 anni, al servizio delle banche strozzine. Nello scorso decennio i movimenti hanno pagato a caro prezzo la subordinazione ai cosiddetti “governi amici”, per garantire ministeri e cariche istituzionali agli affabulatori di turno. Non dovrà più accadere. 
      La Sez. "Lev Davidovich" di Massa Carrara ha partecipato all' evento; il filmato è stato realizzato dal compagno Oreste Alibani

      mercoledì 17 agosto 2011


      RISULTATO STORICO IN ARGENTINA DEL FRENTE de IZQUIERDA E DEL PARTIDO OBRERO
      (15 Agosto 2011)

      Oltre 500.000 voti: in Argentina è stata evitata la proscrizione dei trotskisti!

      Il 14 agosto si sono svolte le elezioni primarie in Argentina, passaggio obbligato per partecipare alle elezioni presidenziali del 23 ottobre. La nuova riforma elettorale prevedeva la necessità di ottenere almeno 400.000 voti per essere ammessi alle elezioni (vere)... un altro esempio di democrazia autoritaria e bloccata che rafforza l'esecutivo a discapito dell'opposizione. Un sistema che tentava di proscrivere una parte consistente della cittadinanza, espulsa così persino dalla farsa delle elezioni borghesi. Ma in Argentina questa operazione è stata respinta! I nostri compagni del Partido Obrero hanno costruito il fronte di sinistra dei lavoratori (FiT) con altre formazioni che si richiamano al trotskismo, in particolare il PTS e IS. Il FiT che sosteneva Jorge Altamira ha ottenuto 500.000 voti pari al 2,5%. Il FiT ha fatto dell'indipendenza di classe dai settori liberali il suo asse strategico di riferimento.
      Non si può ignorare questo sviluppo della sinistra rivoluzionaria, in particolare nel quadro della bancarotta del capitalismo su scala internazionale che si sta consumando.

      martedì 9 agosto 2011

      LA CONFERENZA DI YALTA


      Il 4 febbraio 1945 a Yalta, in Crimea, si riuniscono i capi delle potenze che hanno ormai sconfitto le armate di Hitler; anche se alcuni storici spostano alla precedente conferenza di Teheran il fondamentale significato di questo incontro, è qui che il mondo viene diviso in "sfere di influenza". D'altronde, per lanciare un segnale di moderazione agli alleati occidentali impegnati a fianco dell' URSS, già il 15 maggio 1943 Stalin aveva proposto lo scioglimento della III Internazionale che diventerà effettivo il 10 giugno1943.

      COME NON PAGARE IL DEBITO

      In questa nota, tratta dal giornale online “Il Megafono Quotidiano”, vengono esposte alcune argomentazioni dell’economista francese François Chesnais, che da anni il nostro partito agita quali parole d’ordine ed obbiettivi irrinunciabili per una sinistra rivoluzionaria conseguente. In questo momento di grave crisi strutturale dell’economia capitalista planetaria, in cui tutti i governi, da quelli “virtuosi” della Merkel e Sarkho...zy, a quelli “malandrini” dei PIGS, a quelli “declassati” degli USA, sanno proporre solo tagli e “sacrifici” che riducono alla fame milioni di persone delle nazioni industrializzante (e che, parallelamente condannano a morte il resto dell’umanità dei Paesi del Terzo Mondo), è importante che i lavoratori di tutto il mondo ed i partiti che dovrebbero guidarli, coordino i loro sforzi per scacciare definitivamente i parassiti che li governano, li sfruttano e li affamano. Gli esempi dell’ Islanda e dell’ Equador, stanno a significare che non pagare il debito è possibile; la costituzione di un comitato contro il debito in Grecia e la proliferazione degli “indignados” persino nello stato autoritario e parafascista di Israele, stanno a dimostrare che la ribellione paga.
      DOBBIAMO FERMARLI!


      Come non pagare il loro debito

      Nota quotidiana
      L'economista francese François Chesnais argomenta la proposta di moratoria sul debito legandola al protagonismo dei movimenti sociali

      François Chesnais, redattore della rivista "Carré rouge", ha appena pubblicato un libro importante, intitolato "I debiti illegittimi. Quando le banche fanno man bassa nelle politiche pubbliche" (edizioni Raisons d'agir, 2011). Un libro pedagogico che svela i meccanismi finanziari e bancari all'origine del debito cosiddetto sovrano. Il libro segnala pure l'attualità di una battaglia europea per l'annullamento dei debiti illegittimi. Nel momento in cui l'Italia si trova al crocevia di un attacco frontale, la riflessione sulla natura illeggittima del debito pubblico è quanto mai attuale (imq)

      Nella primavera del 2010 le grandi banche europee, in prima fila le banche francesi e tedesche, hanno convinto l'Unione Europea e la BCE che il rischio di insolvenza nel pagamento del debito pubblico della Grecia metteva in pericolo il loro bilancio. Le banche hanno richiesto di essere messe al riparo dalle conseguenze della loro stessa gestione.
      Le grandi banche sono state aiutate nell'autunno 2008 al momento del fallimento della banca Lehman Brothers a New York, che ha portato al parossismo della crisi finanziaria. Sin dal giorno del loro salvataggio, esse non hanno purgato dai loro bilanci i titoli tossici. Hanno anzi continuato a fare investimenti ad alto rischio. Per alcune, il minimo rischio di insolvenza significherebbe il fallimento.
      Nel maggio 2010, è stato concepito un piano di salvataggio, con un asse finanziario e un asse di bilancio pubblico, che prevedeva una drastica austerità e privatizzazioni accelerate, forte diminuzione delle spese sociali, diminuzione di tutte le remunerazioni dei funzionari e riduzione del loro numero, nuovi attacchi al sistema pensionistico - sia esso un sistema per capitalizzazione o per ripartizione. I primi paesi ad aver applicato questo piano, come la Grecia e il Portogallo, sono stati presi in una spirale infernale, di cui le classi popolari e i giovani sono stati le vittime immediate. Questa spirale avvolge di mese in mese un numero sempre più importante di paesi in Europa occidentale e mediterranea, dopo che aveva devastato i paesi baltici e balcanici. Tocca ai lavoratori, ai giovani e alle classi popolari più fragili vedersi imposto il costo del salvataggio del sistema finanziario europeo e mondiale.
      Abbiamo bisogno delle banche nella loro forma attuale? Serve continuare a salvarle?

      Due serie d'idee strettamente intrecciate ci vengono servite, sfumature a parte, dal governo [francese, ndr.] come dai dirigente dell'Ump [partito di Nicolas Sarkozy, ndr], del partito socialista e dai partiti cosiddetti centristi. La prima serie di idee riguarda il debito pubblico, la seconda le banche. I "sacrifici" chiesti sul piano delle pensioni, del gelo della rivalorizzazione dei salari nella funzione pubblica, i nuovi tagli drastici nel budget dell'insegnamento, etc. etc. sono tutti necessari, ci dicono, affinché "il debito della Francia venga onorato". Bisogna evitare pure che la Francia perda la sua nota AAA, che le viene accordata dalle agenzie di rating, e che sia obbligata a pagare degli interessi sul debito pubblico più elevati di quelli che paga attualmente. Per quanto riguarda le banche, esse ricoprono un ruolo indispensabile e lo svolgono bene, o almeno in maniera sufficiente: e questo rende legittimo e necessario venir loro in aiuto ogni volta che lo domandano.
      L'ingiunzione di "onorare il debito" così come quella di aiutare le banche poggiano entrambe sull'idea che in gioco ci siano somme di denaro frutto del risparmio paziente, accumulate con il duro lavoro, che sarebbe state prestate. "La maggior parte degli economisti" scrive uno specialista del credito che lavora negli Stati Uniti "pensa che le banche siano dei semplici intermediari tra i depositanti e i creditori. Un'altra maniera di esprimere questa opinione ampiamente condivisa sarebbe dire che le banche raccolgono il risparmio e finanziano gli investimenti. A partire da questa affermazione, non resta che un piccolo passo da compiere per concludere che, per poter realizzare un investimento, prima deve costituirsi un ammontare determinato di risparmio"1.
      La realtà è tutt'altra. Le banche prestano denaro senza alcun rapporto con l'ammontare dei depositi e del risparmio privato che è loro affidato. Non sono mai state dei semplici intermediari. Dalla loro trasformazione in gruppi finanziari diversificati dalle operazioni transnazionali, le banche sono tutto tranne che intermediari. I profitti bancari provengono dalle loro operazioni di creazione di credito.
      La loro fonte si trova nei flussi di ricchezza (valore e plus valore) provenienti dalle attività di produzione. La forma scelta cambierà a seconda del creditore. Nel caso di un'impresa, si preleva una frazione del profitto. Nel caso dei privati e delle famiglie, è una parte del loro salario o della loro pensione ad essere assorbita dagli interessi che pagano sui crediti ipotecari o sulle carte di credito. Più una banca presta, più i suoi profitti sono elevati. Nel corso degli scorsi due decenni, le banche hanno concepito dei mezzi che permettono loro di seguire questa strada. Le "innovazioni finanziarie" hanno dato nascita ad una rete molto densa di transazioni interbancarie. È a partire da queste "innovazioni" che le banche hanno potuto azionare il cosiddetto "effetto di leva", cioè un rapporto dei prestiti ai loro mezzi proprie e alle liquidità disponibili, il cui ammontare (fino a più del 30%) le mette in permanenza in situazione di grande fragilità. Le banche lo sanno, ma contano sui governi per assicurarle in qualsiasi circostanza e qualunque sia il costo sociale della rete di sicurezza, in caso estremo la socializzazione delle loro perdite.
      Il FMI pubblica tutti i sei mesi pressoché simultaneamente due grandi rapporti, uno sulle prospettive dell'economia mondiale e un altro sullo stato del sistema finanziario mondiale. Il primo attira l'attenzione di tutti gli economisti. Il FMI vi presenta le sue proiezioni macroeconomiche. Si tratta insomma di un terreno familiare. Il secondo viene letto soltanto da quelli che accordano, nel contesto della mondializzazione commerciale e finanziaria, un'importanza alla finanza e alle crisi finanziarie. Nel gennaio 2011, il FMI stima già che una delle grandi incertezze della situazione economica mondiale porta sul fatto che in Europa "l'interazione tra i rischi sovrani e bancari si intensifica"(2).
      Il primo capitolo del nuovo rapporto sulla situazione del sistema finanziario mondiale conferma questa previsione. Metto inoltre l'accento sulla vulnerabilità delle banche, in particolare delle banche europee (3). L'opinione del direttor e del dipartimento dei mercati finanziari e monetari del FMI è la seguente: "Circa quattro anni dopo l'inizio della crisi finanziaria, la fiducia nella stabilità del sistema bancario globale deve essere ancora ripristinata completamente". E sottolineare, per quanto riguarda le banche europee: "alcune banche hanno ancora un effetto leva troppo importante, hanno dei mezzi propri insufficienti, tenuto conto dell'incertezza sulla qualità dei loro attivi. Questi bassi livelli di mezzi propri rendono certe banche tedesche, oltre che le casse di risparmio italiane, portoghesi e spagnoli in difficoltà, vulnerabili a nuovi choc" (4).
      Il ruolo delle banche è di fornire del credito commerciale (titoli a cortissimo termine) e dei prestiti a lungo termine alle imprese per i loro investimenti. Questo ruolo è indispensabile al funzionamento del capitalismo. Lo sarebbe per qualsiasi forma di organizzazione economica fondata sulle modalità decentralizzate di proprietà sociale dei mezzi di produzione, e che presuppone il ricorso allo scambio. Il bilancio dei tre decenni di liberalizzazione finanziaria e dei quattro anni di crisi pone, in tutta la sua pienezza, il problema dell'utilità economica e sociale delle banche nella loro forma attuale. Divenute dei conglomerati finanziari, le banche hanno diritto al sostegno dei governi e dei contribuenti ogni volta che i loro bilanci sono minacciati dalle conseguenze delle loro stesse decisioni di gestione? Molte persone cominciano a dubitarne. Qualche volta lo esprimono, come ha fatto Eric Cantona [calciatore francese che ha fatto parlare di sé in Francia ed Inghilterra quando aveva lanciato un appello a ritirare i depositi bancari nel dicembre 2010], in maniere che i media non possono ignorare. Non distruggere le banche, ma appropriarsene affinché possano assolvere compiti essenziali e che sarebbero, in linea di principio, i loro, ecco la risposta che dà, tra gli altri, Frederic Lordon (5).
      Verso una definizione dell'illegittimità dei debiti pubblici

      La nozione di "debito odioso" è stata applicata dagli anni '80 ai debiti dei paesi del Terzo mondo. La sua possibile applicazione al debito della Grecia ha fatto discutere. Si tratta di una nozione che risale al primo dopoguerra. La prima definizione appartiene ad Alexander Sack, giurista russo e professore di diritto internazionale a Parigi: "il debito contratto da un regime dispotico (noi diremmo oggi "dittatura" o "regime autoritario") per degli obiettivi estranei agli interessi della Nazione, agli interessi dei cittadini". Il Center for International Sustainable Development dell'università McGill di Montreal ne ha dato, agli inizi degli anni 2000, una definizione abbastanza simile, più direttamente legata alla fase della finanziarizzazione contemporanea. I debiti odiosi sono "quelli che sono stati contratti contro gli inte ressi delle popolazioni di uno Stato, senza il loro consenso e in tutta conoscenza di causa da parte dei prestatori" (6). Questa definizione si applica perfettamente al debito specifico che pesa in Francia su comuni, regioni e persino certi ospedali, i cui rappresentanti eletti o direttori si sono recentemente costituiti in associazione per condurre azioni giudiziarie collettive contro le banche (7). Questi enti sono stati incitati proprio dalle banche ad acquistare dei "prodotti strutturati", destinati a facilitare con il loro rendimento elevato il finanziamento di progetti consistenti di investimento nel contesto del trasferimento delle spese dallo Stato verso le regioni. Questi titoli finanziari opachi, divenuti "titoli tossici" con la crisi dell'autunno 2008, pesano sui budget. Il fatto che siano stati acquistati mostra beninteso che il feticismo per il denaro non è esclusiva dei trader, ma ha ragione anche del giudizio dei rappresentati eletti e degli amministrator i locali. Ma le banche conoscevano perfettamente i rischi che facevano correre ai loro clienti, il gioco da casinò nel quale li facevano entrare. Il supplemento di indebitamento contratto dai comuni con l'acquisto di titoli spazzatura rientra nel "debito odioso".
      La nozione più ampia di debito illegittimo mi sembra corrispondere da più vicino al debito dei paesi capitalisti avanzati, in particolare quelli dell'Europa. È anche la posizione dei militanti del Comitato per l'annullamento del debito del Terzo mondo (CADTM) (8). I fattori che sono messi in evidenza più frequentemente riguardano le condizioni che hanno condotto un paese ad accumulare un debito elevato e mettersi nelle mani dei mercati finanziari. Qui l'illegittimità trova la sua fonte in tre meccanismi: delle spese elevate dal carattere di regali fatti al capitale; un basso livello di fiscalità diretta (imposte sul reddito, sul capitale e sul profitto delle imprese) e la sua debolissima progressività; un'evasione fiscale importante. Ritroviamo i tre fattori tanto nel caso della Grecia che in quello della Francia, così come, beninteso, in tutti i paesi attaccati og gi dai fondi speculativi e dalle banche. Parlando della Francia, il debito è nato, a partire dal 1982, dal regalo fatto al capitale finanziario al momento delle nazionalizzazioni del governo dell'Unione della sinistra. La sua crescita ha sposato poi il movimento di liberalizzazione finanziaria, la cui prima fase negli anni '80 è stata segnata da dei tassi di interesse reali molto elevati.
      (...)
      Ma l'illegittimità poggia anche sulla natura delle operazioni di "prestito" che va "onorato", per il quale bisogna pagare degli interessi e assicurare un rimborso. L'ingiunzione di pagare il debito, va ripetuto, si basa implicitamente su questa idea che il denaro, frutto del risparmio pazientemente accumulato con il duro lavoro, sia stata effettivamente prestato. Questo può essere il caso per i risparmi delle famiglie o dei fondi del sistema di pensione per capitalizzazione. Non è il caso delle banche e degli hedge funds. Quando questi "prestano" a gli Stati, comprando buoni del Tesoro aggiudicati dal Ministero delle Finanze, lo fanno con somme fittizie, la cui messa a disposizione si basa su una rete di relazioni e di transazioni interbancarie. Il trasferimento di ricchezza, quella che nasce al lavoro, ha invece luogo nel senso inverso. Il debito e il servizio degli interessi sono una componente della "pompa finanziaria", così elegantemente soprannominata da Frederic Lordon in omaggio a Jarry e a suo padre Ubu. La natura economica delle somme pretese è un fattore in più per interrogarsi sulla legittimità del debito pubblico.
      L'audit del debito pubblico e il suo annullamento

      Il CADTM difende da sempre la necessità dell'audit del debito come tappa verso l'annullamento. L'audit ha per obiettivo di identificare i fattori che permettono di caratterizzare il debito come illegittimo, così come di identificare coloro che giustificano o quantomeno esigono ciononostante il rimborso di una frazione di debito a certi creditori. Non ero convinto di questa pratica finché dei militanti greci me ne hanno mostrato la portata. Finora il solo esempio di audit sul debito pubblico è quello realizzato nel 2007 in Ecuador. È il risultato di una decisione governativa: il presidente dell'Ecuador, Rafael Correa voleva conoscere le condizioni in cui è nato il debito del paese. L'audit ha permesso al governo di decidere la sospensione del rimborso del debito, costituito da titoli del debito o in scadenza nel 2012 opp ure nel 2030. I banchieri, soprattutto nordamericani, detentori dei titoli, sono stati così costretti a negoziare. L'Ecuador ha potuto così recuperare titoli stimati a 3,2 miliardi di dollari per una somma di poco inferiore al miliardo di dollari. Uno scenario simile a quello dell'Ecuador non è concepibile in Europa. La rivendicazione di moratoria immediata e di audit preparatorio all'annullamento deve evidentemente essere indirizzata ai partiti politici al momento delle campagne elettorali. Qualche militante e forse persino qualche dirigente saranno sensibili a questa rivendicazione. Ciononostante, per sostenere questa rivendicazione non c'è altra strada che quella di comitati sul modello di quelli nati [in Francia, ndr] durante la campagna del 2005 contro il progetto di Trattato costituzionale europeo, oppure sul modello, più recente, dei comitati a difesa delle pensioni. C'è un solo paese dove un comitato nazionale è già stato creato, permettendo la formazione di comitati locali: si tratta della Grecia, dove è nato il Comitato greco contro il debito. Ecco come definisce i suoi obiettivi (9).
      Audit sul debito ed esercizio dei diritti democratici

      "Il primo obiettivo di un audit è di fare chiarezza sul passato (...). Cosa n'è stato del denaro di tale prestito, a quali condizioni questo prestito è stato concluso? Quanti interessi sono stati pagati, a che tasso, quale proporzione del principale è già stata rimborsata? Come è stato gonfiato il debito, senza che esso fosse utile alla popolazione? Quali strade hanno seguito i capitali? A chi sono serviti? Quale proporzione è stata indebitamente appropriata, da chi e come? Come ha fatto lo Stato a trovarsi impegnato, su quale decisione, presa a che titolo? Come sono diventati pubblici i debiti privati? Chi si è impegnato in progetti inadatti, chi ha spinto in questa direzione, chi ne ha approfittato? Sono stati commessi delitti, o crimini, con questo denaro? Perché non vengono stabilite le responsabilità civili, pena li e amministrative? (...). Un audit del debito pubblico non ha nulla a che vedere con la sua caricatura, che si riduce a una semplice verifica delle cifre, fatta da contabili abitudinari. I sostenitori dell'audit invocano sempre due bisogni fondamentali della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini. Si tratta di un bisogno che ha per riferimento i diritti democratici assolutamente elementari, riconosciuti dal diritto internazionale, benché violati costantemente. Il diritto di vigilanza dei cittadini sugli atti di chi li governa, il diritto di informarsi su tutto quanto concerne la loro amministrazione, i loro obiettivi e le loro motivazioni, è intrinseco alla democrazia stessa ed è un'emanazione diretta del diritto fondamentale dei cittadini ad esercitare il loro controllo sul potere e a partecipare attivamente agli affari comuni. (...) Questo bisogno permanente di trasparenza negli affari pub blici acquisisce nell'epoca del neoliberismo più selvaggio e della corruzione più sfrenata - senza precedenti nella storia mondiale - un'enorme e supplementare importanza. Si trasforma in un bisogno sociale e politico assolutamente vitale. L'esercizio dei diritti democratici dei cittadini, considerati un tempo come "elementari" è visto dai governanti quasi come una dichiarazione di guerra al loro sistema da parte della "base". E naturalmente, essa è tratta di conseguenza, in maniera molto repressiva (...). L'audit sul debito pubblico acquista una dinamica socialmente salutare e politicamente pressoché sovversiva. La sua utilità non può riassumersi unicamente con la difesa della trasparenza e della democrazia nella società: essa va molto più in là, perché apre la strada a dei processi che potrebbero rivelarsi estremamente pericolosi per il potere costituito e potenzialmente liberatori per la schiacciante maggioranza dei cittadini! Effettivamente, esigendo di aprire e analizzare i libri contabili del debito pubblico, o meglio ancora aprendo e analizzando direttamente quei libri, il movimento per l'audit civico osa "l'impensabile": penetra nella zona vietata, nel sancta sanctorum del sistema capitalista, laddove, per definizione, non sono tollerati intrusi!" (fine della citazione, ndr).
      Intesa così, la rivendicazione di audit del debito e soprattutto i suoi primi passi con la creazione dei comitati, in quanto l'istanza popolare dove le prove dell'illegittimità sarebbero raccolte e dibattute, costituirebbe un formidabile strumento di "re-democratizzazione" (10).
      Per i detentori del debito pubblico, la salvaguardia del piccolo risparmio è spesso sollevata come questione importante, quando non è addirittura l'ostacolo determinante. In realtà non pone alcun problema. Nelle dichiarazioni d'imposta diretta, le banche calcolano quasi al centesimo l'ammontare delle differenti forme di risparmio delle famiglie. Queste sarebbero garantite, perché rappresentano soltanto una parte minuscola dei "crediti" reclamati.
      L'annullamento dei debiti pubblici non può ovviamente essere una misura isolata. Qui metteremo l'accento, molto brevemente, su due aspetti. Il primo è l'appropriazione soc iale delle banche e la loro riconfigurazione in maniera da ristabilire le funzioni essenziali alla creazione di determinate e limitate forme di credito e alla loro messa al servizio dell'economia. Il secondo è la riconfigurazione della fiscalità, che deve cessare di essere un grave peso sui salari e sulle classi popolari. I sindacati SNUI e SUD Trésor [sindacati francesi dei funzionari delle imposte, ndr] hanno delle proposte pronte. Altrettanto importa è l'uso che viene fatto dell'imposta, che sia prelevata nazionalmente o localmente. Il controllo democratico dell'uso dell'imposta è diventato puramente formale.
      Più in generale, la posta in gioco è quella definita in questo documento greco, cioè la creazione di una dinamica politica nella quale tutte e tutti quelli che hanno mostrato, ripetutamente, una forte capacità di mobilitazione, vedano una campagna per l'annullamento del debito come una lotta essenziale e c he condiziona il futuro. In Francia ma anche in tutta Europa i salariati sono confrontati alle questioni cruciali dell'impiego e della precarietà. La soluzione passa attraverso il controllo sociale dell'investimento. Non si può continuare a dipendere dalle strategie di massimizzazione dei profitti delle grandi imprese. La soddisfazione dei bisogni sociali impellenti ha per contesto la crisi ecologica in tutte le sue dimensioni. È indispensabile realizzare un cambiamento basato su profonde trasformazioni nei modi tecnici di produzione nell'industria come nell'agricoltura. Il finanziamento sarebbe assicurato dall'imposta e dal credito bancario controllato. La "sobrietà energetica" e la de-mercificazione ne sarebbero i complementi. La liberalizzazione degli scambi, il cui costo ecologico è immenso, è un fondamento del capitalismo finanziarizzato. Il controllo sociale dell'investimento permetterebbe di riassegnare numerose attività e accorciare le linee di approvvigionamento, di produzione e di commercializzazione. L'annullamento dei debiti nei paesi in cui i popoli si mobiliteranno per questo scopo, creerà così le condizioni per una vera "uscita dalla crisi".
      Cogliere l'opportunità di una lotta in un insieme di paesi

      La campagna contro il debito non si può condurre "per procura". Il popolo greco non può condurla per tutti gli altri popoli europei. (...) Una campagna popolare condotta dai comitati per una moratoria immediata e l'audit del debito preparerebbe il movimento sociale ai prossimi episodi della crisi finanziaria. I pubblicisti e i responsabili politici che preconizzano oggi la ristrutturazione del debito della Grecia e dell'Irlanda riconoscono che i rischi sottolineati dagli avversari di questa misura sono reali. La vulnerabilità del sistema finanziario europeo, ma anche mondiale, rende possibile una nuova crisi. Il fallimento totale del sistema bancario non è escluso. Nei paesi in cui il pagamento del debito sarà stato messo in discussione dal movimento sociale, i lavoratori e giovani vedranno in maniera diversa le questioni "politiche", vi sarann o preparati, almeno in parte.
      Uno dei grandi argomenti dei difensori dell'uscita dall'euro e che coloro che scommettono su un movimento sociale europeo inseguono una chimera. La posta in gioco è di cogliere l'occasione per farla nascere. Diversi paesi sono confrontati molto duramente al problema del debito. Altri lo saranno presto o tardi. Tutti sono sottomessi a politiche economiche e monetari pro-cicliche. Anche la Confederazione europea dei sindacati è stata obbligata a smarcarsi dalla Commissione europea e dalla BCE. L'opportunità si è venuta a creare, di costruire tra i cittadini dei paesi dell'Europa una vera unione. La soluzione progressista non è l'uscita dall'euro. È di aiutare la convergenza delle lotte sociali e politiche condotte oggi in ordine sparso, verso un obiettivo di controllo sociale democratico comune dei mezzi di produzione e di scambio, dunque anche dell'euro. "Prendere le banche"! Sì, in tutti i paesi in cui il movimento sociale ne avrà la forza. Sì includendo la BCE nel novero.
      La campagna per l'annullamento dei debiti pubblici europei deve accompagnarsi, beninteso, a quella per l'annullamento del debito dei paesi del Sud, detenuto da banche e fondi di investimento europei. Per i popoli dei paesi europei questa campagna è un passaggio obbligato e anche un trampolino. Un passaggio obbligato poiché nessuna politica un po' progressista sul piano sociale come sul piano economico non può non essere condotta, né alcun grande investimento fatto, finché l'emorragia dei servizi degli interessi continua. Un trampolino perché qualsiasi vittoria strappata su questo terreno costituirebbe un vero e proprio terremoto per il capitalismo mondiale.
      L'annullamento dei debiti modificherebbe profondamente i rapporti di forza politici tra il lavoro e il capitale. Una vittoria libererebbe l'immaginazione su di un "orizzonte delle possibilità". Quando si presenta un'occasione come questa, non bisognerebbe coglierla?
      1 Robert Guttmann, How Credit-Money Shapes the Economy, M.E. Sharpe, Armonk, New York, 1994, pagina 33.
      2 FMI, Global Financial Stability Report, aprile 2011, capitolo 1, tabella 1.1.
      3 idem
      4 Dichiarazioni di José Vinals citate da Martine Orange, Mediapart, 15 aprile 2011
      5 Frédéric Lordon, " Pas détruire les banques, les saisir!", La pompe à Phynance, blog.mondediplo.net/2010-1​2-02
      6 Vedi Global Economic Growth Report, Toronto, Luglio 2003
      7 " Prêts toxiques: les élus s'allient pour attaquer les banques ", Le Monde, 9 marzo 2011
      8 Vedi Eric Toussaint, "Face à la dette du Nord, quelques pistes alternatives", www.cadtm.org/, 19 gennaio 2011.
      9 Yorgos Mitralias, " Face à la dette: l'appétit vient en auditant!…" 12 apr ile 2010 (www.cadtm.org/ ). L'autore è il principale animatore del comitato greco per l'annullamento del debito.
      10 In opposizione alla de-democratizzazione nata dal neoliberismo, vedi Wendy Brown, Les Habits neufs de la politique mondiale, trad. di Christine Vivier, Les Prairies ordinaires, Parigi, 2007, e anche Pierre Dardot e Christian Laval, La nouvelle raison du monde, Essai sur la société néolibérale, La Découverte, Parigi, 2009, pagine 457-468.
      (Traduzione a cura del Mps-Solidarietà svizzero)

      domenica 7 agosto 2011

      BLOCCARE L'ITALIA

      (6 Agosto 2011)
      comunicato stampa PCL

      Utilizzando la vergognosa sudditanza della CGIL verso industria e banche, il governo trova la forza di una dichiarazione di guerra alla maggioranza della società italiana. Venti miliardi di tagli sociali, liberalizzazione dei licenziamenti, privatizzazione di beni e servizi, revisione liberista della Costituzione, significano esattamente questo. Il fatto che ciò avvenga per mano di un governo del malaffare, per di più sconfessato dal voto popolare, misura l'enormità della provocazione ; ma anche la connivenza “tricolore” delle “opposizioni” parlamentari: che per conto dei banchieri italiani ed europei avevano richiesto pubblicamente, non a caso, una manovra “più rigorosa”.

      Questa valanga non può essere arrestata con mezzi ordinari, ma solo da una straordinaria mobilitazione di massa che blocchi l'Italia sino al ritiro della manovra. Tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento hanno il dovere di realizzare il più ampio fronte unico di lotta contro il governo e l'intero fronte confindustriale, puntando apertamente alla sollevazione popolare: l'unico evento che possa cambiare alla radice l'agenda politica italiana. Fuori da questo scenario, il movimento operaio rischia un'autentica regressione storica della propria condizione.
      PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

      Fonte

      DOBBIAMO FERMARLI !







      DOBBIAMO FERMARLI !

      (31 Luglio 2011)
      ( Per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.com ).

      Il testo che segue costituisce la base politica per un ambizioso tentativo. Quello di creare un fronte unico di lotta che cerchi di unire, di fronte alla crisi, le forze del movimento operaio, dei vari movimenti settoriali e della sinistra politica, in piena autonomia dal centrosinistra borghese e, in prospettiva, contro la sua politica.
      Naturalmente, come testo di fronte unico, esso non esprime compiutamente le posizioni del Partito Comunista dei Lavoratori, nè il suo programma di obbiettivi transitori.
      Tuttavia indica alcuni obbiettivi generali, e al loro interno, espresse o sottintese, altre rivendicazioni specifiche che potrebbero e dovrebbero essere la base minima per unire i rivoluzionari, cioè il PCL e i suoi sostenitori, con centristi e riformisti che vogliano difendere, nella situazione odierna, la classe operaia, gli altri settori sfruttati e oppressi e le libertà democratiche.
      D’altro canto noi, unici tra le forze politiche e sociali contattate, abbiamo posto una serie di emendamenti alla bozza originaria. Ciò non per proporre nostre concezioni generali, cosa che, appunto, non è lo scopo di un fronte unico e che noi rigettiamo, essendo contrari per principio a “blocchi di propaganda” tra forze politicamente e programmaticamente diverse. Ma per eliminare concezioni che ponessero il fronte unico in contraddizione con le nostre posizioni programmatiche generali, ed in primo luogo la nostra valutazione di base, (che la crisi mondiale del capitalismo conferma sempre di più) che solo una rivoluzione socialista diretta dalla classe operaia che abbatta il sistema capitalistico e le sue istituzioni statali (totalitarie o “democratiche” che siano) e porti il proletariato al potere è la soluzione per difendere compiutamente le conquiste pluridecennali dalla classe operaia e degli altri oppressi; senza negare, con ciò, possibili successi difensivi sulla base di una lotta radicale, ma sempre, per dirla con Marx ed Engels, “effimeri” senza la vittoria della rivoluzione socialista .
      Accolte le nostre richieste, abbiamo quindi firmato il testo con la concezione suindicata, di contribuire a farne uno strumento di unità d’azione più ampia possibile, non nella “teoria”, ma nella pratica della battaglia sociale.


      5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche.
      Ci incontriamo il 1° ottobre a Roma.

      E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose. (...)



      E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.
      A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.
      Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.
      Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.
      Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.
      Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.
      La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.
      Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.
      Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.
      Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.
      Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:
      1. Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.
      2. Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.
      3. Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.
      4. I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.
      5. Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.
      Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.
      Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.
      Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.
      Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.
      Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.


      Vincenzo Achille (studente AteneinRivolta Bari)
      Claudio Amato (segr. Gen. Fiom Roma Nord)
      Adriano Alessandria (rsu Fiom Lear Grugliasco)
      Fausto Angelini (lavoratore Comune di Torino)
      Davide Banti (Cobas lavoro privato settore igiene urbana)
      Imma Barbarossa (femminista, docente di liceo in pensione)
      Giovanni Barozzino (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
      Giovanna Bastione (disoccupata)
      Alessandro Bernardi (comitato acqua, Bologna)
      Sergio Bellavita (segr. naz. Fiom)
      Sandro Bianchi (ex dirigente Fiom)
      Ugo Bolognesi (Fiom Torino)
      Salvatore Bonavoglia (Rsu Cobas scuola normale superiore Pisa)
      Laura Bottai (impiegata, Filt-Cgil Arezzo)
      Massimo Braschi (rsu Filctem TERNA)
      Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom)
      Stefano Brunelli (rsu IRIDE Servizi)
      Fabrizio Burattini (direttivo naz. Cgil)
      Sergio Cararo (direttore rivista Contropiano)
      Carlo Carelli (Rsu Filctem Lodi, CD Cgil Lombardia)
      Massimo Cappellini (Rsu Fiom Piaggio)
      Francesco Carbonara (Rsu Fiom Om Bari)
      Paola Cassino (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
      Stefano Castigliego (Rsu Fiom Fincantieri Marghera – Venezia)
      Francesco Chiuchiolo (rsa ARES)
      Eliana Como (Fiom Bergamo)
      Danilo Corradi (dottorando Università "Sapienza" - Roma)
      Gigliola Corradi (Fisac Verona)
      Giuseppe Corrado (Direttivo Fiom Toscana)
      Giorgio Cremaschi (pres. Comitato centrale Fiom)
      Dante De Angelis (ferroviere Orsa)
      Riccardo De Angelis (rsu Telecom Italia coord. lav. autoconvocati Roma)
      Paolo De Luca (FP Cgil Comune di Torino)
      Daniele Debetto (Pirelli Settimo Torinese)
      Emanuele De Nicola (segr. Gen. Fiom Basilicata)
      Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani)
      Francesco Doro (Rsu OM Carraro Padova, CC Fiom)
      Nicoletta Dosio (NO TAV Val Susa)
      Valerio Evangelisti (scrittore)
      Marco Filippetti (Comitato Romano Acqua Pubblica)
      Andrea Fioretti (rsa Flmu Cub Sirti coord. lav. autoconvocati Roma)
      Roberto Firenze (rsu Usb Comune di Milano)
      Delia Fratucelli (direttivo naz. Slc Cgil)
      Ezio Gallori (macchinista in pensione, fondatore del Comu)
      Evrin Galesso (studente AteneinRivolta Padova)
      Giuliano Garavini (ricercatore universitario)
      Michele Giacché (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)
      Walter Giordano (rsu Filctem AEM distribuzione Torino)
      Federico Giusti (Rsu Cobas comune di Pisa)
      Paolo Grassi (Nidil)
      Simone Grisa (segr. Fiom Bergamo)
      Franco Grisolia (CdGN Cgil),
      Mario Iavazzi (direttivo nazionale Funzione Pubblica Cgil)
      Tony Inserra (Rsu Iveco, Comitato Centrale Fiom)
      Antonio La Morte (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)
      Massimo Lettieri (segr. Flmu Cub Milano)
      Francesco Locantore (direttivo Flc Cgil Roma e Lazio)
      Domenico Loffredo (delegato Fiom Pomigliano)
      Pasquale Loiacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)
      Francesco Lovascio (sindacalista Usb Livorno)
      Mario Maddaloni (rsu Napoletanagas, direttivo naz. Filctem Cgil)
      Eva Mamini (direttivo naz. Cgil)
      Anton Giulio Mannoni (segr. Camera del lavoro di Genova)
      Maurizio Marcelli (Fiom nazionale)
      Gianfranco Mascia (giornalista)

      Adriana Miniati (insegnante in pensione Firenza)
      Armando Morgia (Roma Bene Comune)
      Antonio Moscato (storico)
      Massimiliano Murgo (Flmu Cub Marcegaglia Buildtech, coord. lav. uniti contro la crisi Milano)
      Alessandro Mustillo (studente universitario, Roma)
      Stefano Napoletano (rsu Fiom Powertrain Torino)
      Andrea Paderno (rsu Fiom Same Bergamo)
      Alfonsina Palumbo (dir. Fisac Campania)
      Alberto Pantaloni (rsu Slc Cgil Comdata, assemblea lav. autoconvocati Torino)
      Marcello Pantani (Cobas lavoro privato Pisa)
      Massimo Paparella (segreteria Fiom Bari)
      Emidia Papi (esecutivo naz. Usb)
      Pietro Passarino (segr. Cgil Piemonte)
      Matteo Parlati (Rsu Fiom Cgil Ferrari)
      Angelo Pedrini (sindacalista Usb Milano)
      Licia Pera (sindacalista Usb Sanità)
      Alessandro Perrone (Fiom-Cgil, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone)
      Marco Pignatelli (lavoratore Fiom licenziato Fiat Sata Melfi)
      Antonio Piro (rsu Cobas Provincia di Pisa)
      Ciro Pisacane (ambientalista)
      Rossella Porticati (Rsu Fiom Piaggio)
      Pierpaolo Pullini (Rsu Fiom Fincantieri Ancona)
      Mariano Pusceddu (rsu Alenia Caselle-Torino, direttivo Fiom Piemonte)
      Stefano Quitadamo (Flmu Cub Coordinamento cassintegrati Maflow di Trezzano S/N - Milano)
      Margherita Recaldini (rsu Usb Comune di Brescia)
      Giuliana Righi (segr. Fiom Emilia Romagna)
      Bruno Rossi (portuale, in pensione, Spi-Cgil)
      Franco Russo (forum “diritti e lavoro”)
      Michele Salvi (rsu Usb Regione Lombardia)
      Antonio Saulle (segreteria Camera del Lavoro Trieste)
      Marco Santopadre (Radio Città Aperta)
      Antonio Santorelli (Fiom Napoli)
      Luca Scacchi (ricercatore università, segreteria FLC Valle d’Aosta, direttivo reg. Cgil VdA)
      Massimo Schincaglia (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
      Yari Selvatella (giornalista)
      Giorgio Sestili (studente AteneinRivolta Roma)
      Giuseppe Severgnini (Fiom Bergamo)
      Nando Simeone (coord. lav. autoconvocati, direttivo Filcams Cgil Lazio)
      Luigi Sorge (Usb Fiat Cassino)
      Francesco Staccioli (cassintegrato Alitalia, esecutivo Usb Lazio)
      Enrico Stagni (direttivo Cgil Friuli Venezia Giulia)
      Antonio Stefanini (direttivo FP Cgil Livorno)
      Alessia Stelitano (studente AteneinRivolta Reggio Calabria)
      Alioscia Stramazzo (rsa Azienda Gruppo Generali)
      Antonello Tiddia (minatore Sulcis Filctem-Cgil)
      Fabrizio Tomaselli (esecutivo naz. Usb)
      Luca Tomassini (ricercatore precario Cpu Roma)
      Laura Tonoli (segreteria Filctem-Cgil Brescia)
      Cleofe Tolotta (Rsa Usb Alitalia)
      Franca Treccarichi (direttivo FP Cgil Piemonte)
      Arianna Ussi (coordinamento precari scuola Napoli)
      Luciano Vasapollo (docente università La Sapienza)
      Paolo Ventrice (rsu IRIDE Servizi)
      Antonella Visintin (ambientalista)
      Emiliano Viti (attivista Coord. No Inceneritore Albano - RM)
      Antonella Clare Vitiello (studente Ateneinrivolta Roma)
      Nico Vox (Rsu Fp-Cgil Don Gnocchi, Milano)
      Pasquale Voza (docente Università di Bari)
      Anna Maria Zavaglia (insegnante, direttivo nazionale Cgil)
      Riccardo Zolia (Rsu Fiom Fincantieri Trieste)
      Massimo Zucchetti (professore Politecnico Torino